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mercoledì, Febbraio 21, 2024

L’insostenibile leggerezza della teoria

a cura di *Guido Garri

Milan Kundera non si offenderà se m’ispiro al titolo di un suo libro famoso per parlare ancora una volta dell’insignificanza dei cattolici nella vita del nostro Paese. Guardando ai tanti incontri di vario tipo e promossi da diversi soggetti, non ultima la 48^ Settimana sociale di Cagliari, si deve registrare la grande, meravigliosa capacità dei cattolici italiani nell’elaborare analisi ed enunciare principi riguardanti la situazione sociale, economica e politica italiana. Siamo proprio bravi. Peccato che il nostro impegno si fermi lì: alla pura teoria.

Per carità, non misconosco l’impegno nel settore caritativo e associativo – che ha riflessi sulla vita di molte persone – dispiegato dai cattolici italiani, ma si tratta pur sempre di un impegno che non entra nei gangli decisionali del Paese e non è partecipe delle scelte e delle prospettive strategiche della comunità nazionale.

E’ come se un corto circuito fosse intervenuto nell’insieme cattolico interrompendo la capacità di sintesi fra pensiero e azione; forse la realtà è ancora peggiore. Ci si ferma sulla porta del pensiero e non si prosegue oltre verso l’azione, verso la messa in pratica di quel pensiero che, come già detto, è sempre di livello elevato.

Una qual sorta di autocastrazione che rende del tutto vano lo sforzo di analisi compiuto, rinchiudendosi – mi sia perdonato il termine – in un «narcisismo intellettuale».

Sono convinto che non ci salveranno – anche nel giorno del Giudizio – le enunciazioni di principio di cui meniamo gran vanto, se non sapremo tradurle nell’arte del governo della nostra comunità locale e nazionale, sia sotto il profilo sociale sia economico e politico; nello sporcarsi le mani, mischiandosi alle pecore sino a puzzarne in maniera invereconda, proponendo per queste pecore le soluzioni migliori perché i loro pascoli siano i più belli di questa terra.

Sì, sporcarsi le mani perché l’impegno – ancorché sorretto da analisi e principi – nel capo sociale, economico e politico comporta anche l’arte del compromesso giacché l’insieme cattolico italiano è pur sempre minoranza e solo nel confronto con proposte di altri insiemi di diversa ispirazione culturale si può contribuire a quelle soluzioni che siano positive per quelle puzzolenti pecore che non necessariamente si raccolgono solo nell’ovile cattolico.

In Italia, ma non solo, si sono sviluppate nel tempo diverse opzioni circa le modalità di sintesi fra pensiero e azione da parte del mondo cattolico; tutte legittime giacché non era, ne è pensabile una lettura univoca della Dottrina Sociale della Chiesa che, peraltro, si evolve sulla base delle mutevoli realtà storiche, fermo restandone i principi basilari. Per restare ai filoni più noti abbiamo avuto e, tuttora sussistono, il cattolicesimo liberale, quello democratico, quello popolare (per non parlare dei cattolici comunisti o dei clerico-fascisti) che, solo per esemplificare, tendono al perseguimento del Bene Comune attraverso proposte diversificate.

Pare evidente che solo una forte e condivisa cultura della mediazione abbia permesso, alle diverse anime del cattolicesimo italiano, di realizzare nel secolo scorso, una qual sorta di unità attorno ai temi politici, economici e sociali con la costituzione della Democrazia Cristiana e organizzazioni a essa collegata, operando una sintesi – difficile e sofferta – tra pensiero e azione.

Una lettura, alquanto esasperata, del Concilio Vaticano II e le mutate condizioni dei rapporti internazionali misero in crisi la cultura della mediazione e i cattolici italiani scelsero (a mio modesto avviso vi furono autorevolmente incoraggiati……) di operare, secondo proprie letture della Dottrina Sociale della Chiesa, pensando di innervare di pensiero cattolico le diverse realtà economiche, sociali e politiche del Paese. Era una strada possibile, legittima che evitava il confronto tra le diverse opzioni del cattolicesimo italiano all’interno di un unico contenitore. Una strada semplice, ma che si è rivelata fallimentare condannando i cattolici italiani all’irrilevanza, all’impotenza di perseguire – nel confronto con gli altri insiemi di diversa ispirazione culturale – politiche economiche, sociali e politiche di estrema utilità e necessità per il nostro Paese. L’unica presenza dei cattolici si avverte al momento dell’enunciazione dei principi e delle analisi, nessuno si accorge di loro nella concretezza della vita pubblica italiana.

Forse non è casuale l’invito di mons. Santoro, arcivescovo di Cagliari, alla chiusura della 48^ Settimana Sociale a promuovere «la formazione di uno strumento di coordinamento che possa incidere sulla politica nella prospettiva di una conversione culturale e di una rinnovata presenza dei cattolici nella società come ci è indicato dai ripetuti interventi del Santo Padre e del presidente della Conferenza episcopale italiana» ed ancora «l’asse portante della nostra società non può essere lasciato in mano all’attuale modello di sviluppo, non può vedere assenti o insignificanti i cattolici» «La rilevanza pubblica dei cattolici deve svilupparsi sino ad incidere sui problemi vitali delle persone e della società, quali il lavoro, la famiglia, la scuola, la difesa della salute, dell’ambiente e dei migranti».

 

*Direttore Editoriale “L’Operaio Ligure”, periodico della Federazione Operaia Cattolica Ligure

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