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sabato, Giugno 15, 2024

Call center: profitto senza sviluppo o sviluppo anche attraverso il profitto?

Per  accostarci al dramma di chi vive l’esperienza di un possibile licenziamento, nei call center come in altre aziende sparse in tutta Italia, è imprescindibile avere contezza di alcuni punti fermi, senza così cadere nella tentazione delle false premesse o false promesse, entrambe anticamere dei luoghi comuni e delle inutili frasi fatte.

Partiamo dal profitto, sempre demonizzato, chissà perchè. E’ bene ricordare che senza il profitto, senza la ricchezza, non è possibile investire nè al Nord e nè al Sud Italia. Senza investimenti non c’è crescita, ne siamo tutti consapevoli. Dunque, perchè demonizzare lo strumento che consente gli investimenti e la crescita? E soprattutto, perchè demonizzarlo quando la sua ricerca orienta gli investimenti lontano dalla nostra terra e lodarlo quando, invece, li attrae next to us?

Tutto questo potrebbe essere spiegato con le parole di Marco Vitale, economista d’impresa :

“L’obiettivo dell’impresa è lo sviluppo, realizzato anche attraverso il profitto. Il profitto non è sufficiente per lo sviluppo, perché c’è il profitto senza sviluppo, c’è il profitto senza qualità, c’è il profitto monopolistico, c’è il profitto di chi devasta la terra, c’è il profitto che miete solo e ha smesso di seminare, c’è il profitto che deriva solo da connivenze di chi gestisce le casse pubbliche, profitti di guerra”, e tanti altri esempi ancora.

Ecco, noi tendiamo a demonizzare il profitto perchè lo sganciamo dallo sviluppo (secondo punto). Il perchè indugiamo in questa dinamica… andrebbe indagato. Forse ha a che fare con i risultati del 50° Rapporto del Censis, che fanno emergere il livello di liquidità accumulata dagli italiani e non investita? Chissà!

Tuttavia, perchè chiamare in causa il “noi” come soggetto e non soltanto “gli imprenditori” che vengono ad investire nei luoghi in cui abitiamo? L’utilizzo del noi è inevitabile perchè, quando accettiamo l’insediamento nella nostra terra (specie quando è povera) di determinate “realtà lavorative”, come i call center, dovremmo chiederci e chiedere se l’obiettivo di quella impresa sia semplicemente il profitto sganciato dallo sviluppo, se il progetto della stessa impresa sia a lungo termine o legato a condizioni o opportunità che con lo sviluppo del nostro territorio non hanno nulla a che vedere, oppure se trattasi di investimento serio di sviluppo realizzato anche attraverso il profitto.

Tutto questo, però, tenendo presente che è finita l’epoca del posto fisso e che gli scenari possono evolversi e cambiare, senza per questo parlare di impresa irresponsabile (terzo punto). Sempre l’economista Marco Vitale scrive:

“Si definisce irresponsabile un’impresa che al di là degli elementari obblighi di legge suppone di non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica e privata, né all’opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività. Da questa definizione possiamo anche dedurre il concetto di impresa responsabile. Responsabile è l’impresa che oltre ad osservare le leggi, come ogni buon cittadino, risponde con convinzione alla collettività del suo operato, dei suoi obiettivi, dei suoi risultati, dei suoi frutti”.

Se l’iniziativa economica privata è libera (quarto punto), come recita l’articolo 41 della nostra Costituzione, se l’imprenditore responsabile risponde del suo operato e dei suoi risultati di fronte ad autorità e opinione pubblica, può essere lo stesso tacciato di irresponsabilità qualora decida di investire altrove? E se non risponde, e dunque è irresponsabile, è possibile che i frutti di tale irresponsabilità emergano improvvisamente, senza che alcun sentore abbia preceduto il risultato infausto dei licenziamenti?

Una amara realtà, ma una realtà vera, che non può essere nascosta o ignorata. Poiché è possibile che un’azienda, o un call center, oggi esista e in futuro possa non operare più, probabilmente non dovremmo cadere nella tentazione forte di “fossilizzarci” in un determinato impiego, rinunciando a ripensarci in modo diverso per eventuali e possibili cambiamenti. Come dire, il piano B dovrebbe essere pronto (e siamo giunti al quinto punto).

Potrebbero sembrare deduzioni senza cuore ma, a questo punto, sorgerebbe una domanda a difesa di queste deduzioni: c’è poco cuore nella volontà di far osservare la realtà in tutti, o quasi, i suoi risvolti, per affrontarla lontano da logiche assistenzialistiche, liberi da future “riconoscenze elettorali”, da qualunque parte esse provengano, o nelle promesse di chi nulla o poco può di fronte ad una iniziativa economica privata che è libera?

Tante sono le storie difficili e drammatiche di chi vive l’esperienza della perdita del lavoro e sono tante le esperienze di chi, unendo le proprie forze, ha intrapreso vie nuove per continuare a lavorare. E’ il caso degli ex dipendenti del call center di Paternò, dove a settembre partirà una nuova realtà imprenditoriale con prospettive per il loro reintegro, o di chi ha messo insieme i soldi delle liquidazioni per dare vita a cooperative nuove o rilevato aziende che erano destinate a chiudere.

Serve, ora più che mai, questo coraggio. Di fronte a quelle “realtà lavorative” come i call center, che mostrano il volto più crudele di quello che oggi è definito “lavoro a progetto” e quello più disumanizzante al quale potrebbe approdare in futuro il tanto acclamato smart working, non resta che attrezzarsi e invertire la tendenza con un protagonismo diverso. I talenti sono tanti, le intelligenze pure. Non rimane che unire le forze, investire le risorse e pensare a progetti diversi, che rendano maggiormente liberi e che abbiano come unico obiettivo lo sviluppo anche attraverso il profitto.

 

 

 

 

 

 

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