Posted On giugno 15, 2018 By In Caporalato With 92 Views

La verità, vi prego, su questi occhi

Ci risiamo! Ancora una volta tornano alla ribalta questioni scottanti come la tendopoli di San Ferdinando, l’immigrazione, la schiavitù del caporalato, la mentalità mafiosa nei nostri territori, i rigurgiti tribali di una società che si definisce e ama farsi definire civile. Realtà nuove e antiche (pur sempre attuali) che si intrecciano e insieme tracciano il volto di un Paese ormai stanco, che oggi si specchia negli occhi di Soumayla Sacko, il giovane maliano, lavoratore, attivista sindacale USB, barbaramente ucciso. In molti, adesso, chiedono la verità, desiderano conoscere le ragioni che hanno spinto un uomo ad alzare la mano contro un altro uomo.

Un regolamento di conti in piena regola, per un conto che, molto probabilmente, Soumayla Sacko non sapeva neppure di aver aperto o di avere in sospeso.

Osserviamo bene il suo volto: occhi un po’ lucidi, impauriti, che guardano in direzione di un futuro diverso, migliore, pur sempre incerto, come lo è per tutti gli uomini, soprattutto oggi, in un mondo che sembra avere smarrito se stesso. Occhi che provano ad andare oltre il buio, che osano sfidare la notte e attendere pazientemente l’alba, il sole, incarnato da una comunità vicina, da sacerdoti, volontari, da persone semplici, da un sindacato che sa proporsi, aggregare e coinvolgere in un progetto di riscatto, che sa rendere protagonista la persona.

Oggi parliamo di una legge, la 199 del 2016, nata per contrastare la schiavitù del caporalato e del lavoro nero in agricoltura (leggi anche Caporalato: stupore, indignazione e poi?), che necessita di essere rispettata da tutti, che richiama l’attenzione di istituzioni precise, di controllori legittimi, di una società che non può assuefarsi ad ogni sorta di nefandezza perché “ormai, tanto, tutto è marcio” o cedere alla logica della “difesa fai da te”.

Una piccolissima precisazione prima di continuare.

Qualcuno ha definito il caporalato in agricoltura un problema del Mezzogiorno. Nono è così e lo testimoniano, purtroppo, le notizie che giungono da ogni parte d’Italia, che raccontano anche di una schiavitù in cui sia il carnefice che la vittima sono fratelli di patria, e non importa di quale patria si tratti. Anche l’iscrizione alla Rete per il lavoro agricolo di qualità (strumento istituito ancor prima che venisse approvata la legge contro il caporalato in agricoltura e che stenta a decollare) da parte di diverse aziende del Centro e Nord Italia chiarisce meglio la portata della piaga di cui parliamo e anche la volontà delle attività agricole sane di proteggersi e proteggere i loro prodotti.

Oggi non parliamo di un immigrato. Oggi parliamo di un uomo, di un lavoratore, di un attivista del sindacato, coinvolto in prima persona proprio nella battaglia contro la schiavitù del lavoro. Ed eccoci arrivati al punto, alla verità che chi scrive vorrebbe venisse riconosciuta e urlata a gran voce: chi combatte contro la sopraffazione, la povertà, lo sfruttamento lavorativo, combatte per tutti, non solo per se stesso. Non esistono battaglie in difesa del lavoro dignitoso combattute solo per pochi uomini.

Forse appare incomprensibile, o addirittura, impossibile che all’interno della nostra società possano esserci persone come Sacko che faticano per renderla migliore. Siamo così abituati a pensare che siamo noi a dover fare qualcosa per gli immigrati che l’idea o ipotesi che da loro possa giungere un contributo di sviluppo economico e morale per la nostra terra ci risulta remota. Chissà, forse addirittura inaccettabile.

Eppure le cose stanno proprio in questi termini. Sacko era un giovane, un lavoratore, che combatteva per se stesso, per gli altri. Nei campi non muoiono solo immigrati. Abbiamo forse dimenticato la storia di Paola Clemente? Ieri Soumayla Sacko ha terminato la sua corsa e, nell’ennesimo impatto con realtà come quelle di Rosarno e della sua tendopoli, che ci investono con tutta la loro ferocia, comprendiamo, forse, ancora meglio, quanto siamo poveri e ancora più deboli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La mia quasi ventennale esperienza lavorativa riguarda l'ambito amministrativo-commerciale, ma da sempre coltivo l'amore per la scrittura. Nel 2014 ho pubblicato un volume sul tema del lavoro "Alziamo il tiro. Un corpo a corpo con la Rerum Novarum, tra i falsi rimedi di ieri e di oggi". Amo la conoscenza e cerco di combattere l'ignoranza: la mia e quella degli altri.

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