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venerdì, Aprile 12, 2024

Voucher: come si cambia per non morire?

E’ incredibile la mole di articoli, post, tweet, diffusi in queste ultime ore, tutti (o quasi) a favore dell’annullamento dei voucher, senza se e senza ma. Tante le strumentalizzazioni politiche, tanti gli slogan coniati, come se quello messo in campo fosse il festival del “chi ha lo spot più sensazionale”, una sorta di fantasilandia della politica che dimostra, ancora una volta, quanto essa sia lontana (consapevolmente?) dalla realtà e che, per questo motivo, non riesca ad intercettarne i reali bisogni per servirla.

Osservando l’universo dei voucher nel suo complesso, ai fini di un miglioramento del sistema e non di una sua distruzione, potrebbe essere importante domandarsi: è difficile intervenire sul meccanismo di funzionamento ( platea committenti, prestatori d’opera, settori di impiego, sanzioni) o piuttosto sugli “interessi” che sono nati e maturati intorno a questo universo?

L’uso del termine “interesse”, va precisato, non è qui utilizzato con una valenza esclusivamente negativa.

Il riferimento esplicito riguarda le banche, le tabaccherie, gli uffici postali, ai quali va pagata una commissione per l’acquisto dei voucher, e l’INPS stessa, dal momento che “il valore nominale del voucher è comprensivo della contribuzione (pari al 13{cbd9c1faeba5711866380b8c9dfc181d05577eef0adb5294792d39edd3158544}) a favore della gestione separata INPS, che viene accreditata sulla posizione individuale contributiva del prestatore, e di un compenso al concessionario (sempre INPS), per la gestione del servizio, pari al 5{cbd9c1faeba5711866380b8c9dfc181d05577eef0adb5294792d39edd3158544}”. Il riferimento va anche al Ministero del Lavoro perchè ricordiamo che l’Istat ha fatto rientrare nei dati relativi all’occupazione anche i lavoratori occasionali.

Le entrate che l’INPS ha percepito con l’emissione dei voucher hanno contribuito, seppur in minima parte, alla “compensazione” del vuoto generato dal provvedimento di decontribuzione introdotto con il Jobs Act? Se nel 2015 i quasi 88 milioni di buoni lavoro riscossi “corrispondono a circa 47mila lavoratori annui full-time, solo lo 0,23{cbd9c1faeba5711866380b8c9dfc181d05577eef0adb5294792d39edd3158544} del costo del lavoro in Italia”, una volta che avremo i dati definitivi del 2016 (che già segnalano un aumento) vedremo come questa percentuale ( preceduta da quel “solo”) sarà destinata a crescere.

Cosa vorrà dire,in pratica, una stretta sull’emissione dei buoni lavoro per le casse dell’INPS? Possiamo sperare che la tracciabilità e tutti i provvedimenti che saranno messi in campo per migliorare il sistema dei buoni lavoro costituiranno un deterrente per coloro che finora ne hanno abusato? E questo vorrà dire che avremo più contratti, più legalità e più giustizia?

A proposito di contratti e di emersione del lavoro in nero, in Italia vige ancora il tema aperto dei contratti part-time che nascondono in realtà assunzioni full.time, anche se sembra che questo non rappresenti un problema poi così grave, dato il silenzio in merito.

L’esserci spinti troppo oltre fa paura e correggere una mentalità che ha inneggiato per troppo tempo al “laissez faire”, anche per potenziare i dati su occupazione (un altro interesse?) non sarà un’opera facile. Il report sui voucher elaborato dalla UIL mette in evidenza come nel 2015 i settori per i quali si è registrata una maggiore richiesta dei voucher sono stati: commercio, servizi, turismo. Inferiore, invece, è stata la percentuale dei buoni lavoro utilizzata nei settori come agricoltura, giardinaggio e pulizia, diversamente da quanto previsto.

Di primo acchito, almeno per come la realtà è stata fin ad oggi descritta,sembrerebbe che la questione in campo sia esclusivamente tra committenti e prestatori d’opera, tra datori di lavoro e dipendenti, eppure ci accorgiamo che la realtà è ancora più complessa. Cresce, infatti, il numero degli attori e degli interessi (non solo economici) coinvolti in questo eterno problema dell’occupazione, il quale si ripresenta ciclicamente per ricordare l’assoluta necessità di una rinnovata cultura del lavoro dalla quale possano scaturire politiche attive adeguate e possibilmente risolutive.

 

 

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