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domenica, Novembre 27, 2022

Sindacato futuro: con il cuore di Landini e la mente di Bentivogli?

Rita Levi Montalcini diceva che “Rare sono le persone che usano la mente, poche coloro che usano il cuore e uniche coloro che usano entrambi”. In questo caso non parliamo di persone, ma di un prototipo di sindacato adatto ad un presente in continuo mutamento e attrezzato per affrontare le sfide di un futuro che, nonostante i tentativi di pianificazione in corso, non sbagliamo a definire incerto.

Del ruolo del sindacato si discute sempre animosamente. Il sindacato è una realtà che per molti significa possibilità di aggregazione, di difesa; per altri, ostacolo ai propri disegni di potere e di sopraffazione nei confronti di chi è sempre più debole. Ignorare che nel nostro Paese esista questa realtà non è certamente un buon punto di partenza per affrontare quei problemi urgenti che possono essere tranquillamente raggruppati sotto un unico tema: ingiustizia sociale.

Tra coloro che operano nel sindacato, è possibile scorgere due figure che nel nostro tempo hanno messo in evidenza il cuore e la mente: Maurizio Landini (FIOM) e Marco Bentivogli (FIM). Il tentativo di riflessione in corso non vuole idolatrare la persona dell’uno o dell’altro, né tantomeno svilire il ruolo che altri sindacalisti svolgono con sacrificio e serietà nelle diverse organizzazioni. L’obiettivo, invece, è quello di provare a verificare se per un sindacato del futuro siano necessari il cuore e la mente. Se sì, come?

Immaginiamo per un attimo che il nostro Paese sia un terreno arido, incolto da tempo, al quale occorra mettere mano per renderlo nuovamente fertile, capace di produrre frutti. Che fare per riuscire nella missione? Dovremmo procurarci anzitutto dell’acqua, molta acqua.

E’ difficile non riconoscere l’acqua necessaria ad irrigare il terreno arido del mondo del lavoro, nel nostro Paese, nella compassione di cui è capace Maurizio Landini. Le sue parole trasudano dolore vero, quasi fisico, quando è chiamato a parlare della vita dei lavoratori e delle loro condizioni precarie. Il problema è che Maurizio Landini appartiene ad un sindacato, la CIGL, che negli ultimi tempi, nella linea adottata, non sembra dare segnali di buon senso e di ragionevolezza di fronte ai problemi di occupazione, disoccupazione che attanagliano il nostro Paese, semmai di cocciutaggine ideologica.

Nessuno è contrario alla gravità che la CGIL individua in determinati problemi, ma dove conduce la via imboccata da questo sindacato? Ad una deriva o ad un porto sicuro? In questa mission sindacale, quel cuore non viene colto nella sua nobiltà, viene quasi oppresso dalla gabbia “rabbiosa” che caratterizza attualmente il volto preponderante del sindacato in oggetto, fino ad essere confuso con quella rabbia.

Il terreno “Paese”, ovviamente, non avrebbe bisogno solo dell’acqua, ma di una serie di operazioni utili ad “abilitarlo” nuovamente a produrre frutti buoni, per questo utili. Anzitutto avrebbe bisogno di canali dove far convogliare bene l’acqua, di un ordine di altre scelte importanti da compiere, in vista di un preciso obiettivo da raggiungere. Per tutto questo non potrebbe non essere importante, se non addirittura fondamentale, una mente lucida, aperta, una mente che, in questo momento, nessuno può negare che sia ben rappresentata da Marco Bentivogli, segretario generale della FIM CISL.

A differenza di Maurizio Landini, Marco Bentivogli fa parte di un sindacato, la CISL, che in questo periodo sta dimostrando ragionevolezza, non rabbia, lungimiranza, anche se gli attori con cui esercitare questa lungimiranza sono sempre di meno, soprattutto nel campo politico.

Nel libro “Abbiamo rovinato l’Italia? Perchè non si può fare a meno del sindacato”, Bentivogli mette in campo anzitutto una seria ed impietosa critica nei confronti dei quattro nemici che ostacolerebbero l’autoriforma del sindacato: il Pigro, lo Scarafaggio (il fagocitatore), l’Eterno e il Reazionario.

Proviamo a capire meglio chi sono i quattro nemici dell’autoriforma sindacale dalle parole dello stesso Bentivogli:

il Pigro è “il simbolo di quella stanchezza che aiuta a scivolare verso il sindacato reazionario o quello autoreferenziale; ed è quel sindacalista che non si mette mai in discussione perchè “va bene così”, “si è sempre fatto così, perchè cambiare?”.

Lo Scarafaggio (fagocitatore) “appartiene alle organizzazioni scarafaggio, quelle piccole sigle sindacali che, grazie all’assenza di regole stabili e cogenti sulla rappresentanza, sono dedite al riciclaggio di dirigenti sindacali”.

L’Eterno è colui che non lascia spazio ad altri, rientra in quella categoria di sindacalisti per i quali “l’impegno sindacale retribuito è come il welfare scandinavo, dall’iscrizione alla bara”.

Il Reazionario è “il sindacalista in preda ad una vera e propria deriva gastro-mediatica, si sente investito da una missione: fingendo di confondere il consenso con la schiuma gastrica della folla, fa fronte comune con chi ha coltivato la paura di tutto, del migrante, dei poveri, del cambiamento, del futuro”.

Ecco, la necessità di una mente lucida che sappia individuare e denunciare quanto appena descritto, che lavori per approcciarsi seriamente alle nuove sfide del lavoro, che sappia fare anzitutto autocritica, non può non essere un elemento imprescindibile in un sindacato del futuro.

Non senza quel cuore di cui abbiamo parlato precedentemente, quel cuore appassionato che potrebbe sembrare rabbia, ma che invece è indignazione profonda e grido di aiuto per far sentire meglio, per ricordare alla mente due punti fondamentali:

a) il povero, il disoccupato, l’escluso vivono un’agonia ingiusta, e la vivono in un Paese definito civile;

b) lo sviluppo del lavoro deve significare progresso per l’uomo e per la sua umanità.

Il sindacato futuro non può privarsi di un cuore appassionato e di una mente lucida. Se il sindacato riuscisse a tenere insieme il cuore e la mente, a tenerli uniti così come scriveva il Premio Noble Rita Levi Montalcini, non solo acquisterebbe maggiore autorevolezza, ma le scelte compiute potrebbero davvero essere a difesa del lavoro e del lavoratore, per evitare inutili divisioni e affrontare meglio i conflitti.

 

 

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