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venerdì, Aprile 12, 2024

Professioni da rottamare?

Il rapporto del MIUR sulla diminuzione dell’accesso dei giovani agli esami di abilitazione di 20 professioni, recentemente pubblicato dal Sole 24 Ore , prima del suo big bang, fotografa certamente la situazione reale di uno scarso appeal delle professioni tra i giovani, se pure a macchia di leopardo: l’età lavorativa allungata, il conseguente aumento della concorrenza, la diminuzione dei guadagni medi, al di là di quanto dicono le dichiarazioni dei redditi, la crisi economica e la sofferenza di aziende e territori, sono elementi indicati nel rapporto come nei dossier delle categorie professionali, dalle più tradizionali alle nuove.

Perfino le professioni sociali e sanitarie sono vittima del sostanziale decremento dei progetti di prevenzione e delle risorse assegnate dagli enti pubblici ai servizi socio-sanitari a livello nazionale e sui territori.

Le professioni e le associazioni professionali non sono immuni da responsabilità: la complessità e inefficienza della macchina amministrativa e burocratica pubblica sono state, e sono ancora oggi, fonte di lauti guadagni per sacerdoti delle religioni del cavillo, dell’accavallamento di norme e  scadenze, dei rinvii… col risultato che Stato ed enti locali, imprese e professionisti sono andati allegramente a braccetto incontro al burrone della crisi sistemica che stiamo vivendo. Inoltre, i professionisti spesso vedono con miope fastidio l’ingresso dei giovani nel proprio mercato, mettendo ostacoli all’accesso e sfruttando tirocinanti e colleghi all’inizio della carriera.

Basta questo per dire che il mondo delle professioni è da rottamare? Certamente no, nella misura in cui si mette a passo della trasformazione, accompagnandola e non semplicemente subendola. Ai giovani che oggi vedono con diffidenza una carriera professionale consiglierei di intraprenderla come un modo, direi quasi una vocazione, per essere protagonisti della crescita di un territorio, a fianco delle aziende, come delle persone o delle comunità, degli Enti locali.

Può sembrare puro idealismo ma è invece affermazione di un valore, in una stagione in cui tutto, dal lavoro agli uomini, viene mercificato e asservito. Naturalmente all’idealità va accompagnato un metodo: in primo luogo, occorre pensare alla professione come ad un lavoro in team, esaltando l’interprofessionalità; poi bisogna essere capaci di allargare mercati e orizzonti, sfruttando a pieno ciò che di positivo c’è nella globalizzazione e nella rivoluzione tecnologica, che ci consentono di essere consulenti in ogni parte del mondo. E, infine, puntare, sempre e comunque, alla qualità, con una costante attenzione alla formazione e all’aggiornamento professionale.

Alcuni elementi positivi si ricavano da quanto gli stessi ordini professionali vanno elaborando, non senza fatica, e da alcune modifiche legislative compiute o in atto. Tra queste metterei, ad esempio, l’estensione si professionisti delle risorse comunitarie della programmazione UE 2014/2020, che può consentire l’avvio di uno studio interprofessionale, l’innovazione tecnologica o la ricerca di nuovi mercati; i tentativi di creare un welfare delle professioni, con il c.d. “job act del lavoro autonomo”; gli sforzi per rendere obbligatoria, e magari qualificare maggiormente, la formazione e l’aggiornamento professionale.

*Carmine Gelonese

 

*Dottore commercialista, segretario della consulta diocesana delle aggregazioni laicali di Reggio Calabria-Bova, Senior partner WAY – Way for the Action of Youngs.

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