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mercoledì, Febbraio 21, 2024

Primo maggio: cos’altro aggiungere?

In realtà, dal punto di vista di chi scrive, non ci sarebbe da aggiungere qualcosa alla festa del Primo maggio. Questo non significa automaticamente abbandonare l’idea che sia giusto ricordare e rinnovare l’importanza del lavoro, quanto provare a raccontarlo attraverso un processo di sottrazione. E’ un po’ come immaginare di avere a disposizione un blocco di marmo che deve essere liberato dal materiale in eccesso per far emergere l’oggetto in esso “nascosto”, l’opera che lo scultore ha già nella sua mente.

La proposta di riflessione che segue non può essere certo esaustiva del tema “lavoro” che oggi in particolar modo celebriamo, ma è comunque uno sforzo, un tentativo per non cadere nella trappola delle contrapposizioni sterili che distraggono dall’ultilità e dalla bellezza di un sano conflitto.

Quando parliamo di lavoro giusto, o comunque, facendo riferimento alle tante iniziative che nascono con l’obiettivo di affermare e riaffermare tale assunto, siamo portati ad aggiungere. Per illustrare un argomento aggiungiamo parole, nuovi significati, addirittura coniamo slogan. Dove ci ha condotti tutto questo? A considerare complicato ciò che in realtà è davvero molto semplice. E questo sì che è un problema. La tendenza a complicare ciò che in realtà è semplice denuncia la mancata volontà di trovare soluzioni. O anche per incapacità.

Che cos’è di poco chiaro o di complicato nell’articolo 4 della Costituzione italiana?

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la proprio scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società.”

Cosa c’è di complicato da capire in ciò che viene espresso nell’articolo 36 della medesima Costituzione?

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

E nell’articolo 41?

L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, ci ricorda l’articolo 1 della Carta Costituzionale, eppure aleggia nell’aria un forte individualismo e l’individualismo cozza con il concetto di bene comune. E’ forte nell’aria il profumo di una nuova mentalità assistenzialista da parte degli imprenditori, di una considerevole stanchezza e sciatteria da parte di chi è provato da un lungo periodo di disoccupazione e che per questo si presta ad essere cibo succulento per i delibatori del disagio occupazionale, di coloro che gravitano intorno a questo mondo per assaggiare, gustare quanto di buono e di proficuo questa realtà possa garantire in termini di potere e di assoggettamento dei più deboli.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, eppure la formazione al lavoro appare obsoleta, non più rispondente ad una realtà che è cambiata e sta ancora cambiando.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, eppure non conosciamo le opportunità già in campo per difendere il lavoro e renderlo rispondente agli articoli succitati: la Legge Marcora, i contratti di prossimità, i contratti intersettoriali e molto altro ancora, presente sulla carta, ma assente nella realtà.

Le possibilità in campo esistono, vanno riscoperte e anche migliorate. Ecco perchè sarebbe opportuno un esercizio di sottrazione di tutte quelle dimensioni appena citate. Un tale esercizio esige tanto lavoro, ma non è da questo che vogliamo e dobbiamo ripartire?

 

 

 

 

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