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martedì, Dicembre 6, 2022

La politica in affanno, il Paese nel pantano

Sembra così lontano il tempo in cui l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi “teneva a distanza” i sindacati asserendo che il Governo non dovesse trattare con loro. “Trattare cosa?” era stata la risposta del Premier alla domanda della giornalista Lilli Gruber, che riportava la delusione dei sindacati a seguito dell’incontro avuto proprio con il Governo sul tema della Legge di stabilità. Tutto accadeva nell’ottobre del 2014. Posizione forti, ferme, chissà, magari anche troppo, che, però, fanno rimpiangere la risolutezza che oggi la politica non sembra manifestare.

Matteo Renzi, dagli studi di LA7, asseriva che “La cosa surreale è che Camusso dica che si deve trattare. È giustissimo che il sindacato tratti, ma tratta con gli imprenditori per salvare posti di lavoro. Le leggi non si scrivono con i sindacati ma in Parlamento. Se i sindacalisti vogliono trattare si facciano eleggere, ce ne sono già, si troverebbero a loro agio”. 

Cosa succede a distanza di quasi tre anni?

Il Consiglio dei ministri, riunitosi ieri mattina, ha approvato “su proposta del Presidente Paolo Gentiloni, del Ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti e del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Graziano Delrio, un decreto legge volto a sopprimere l’istituto del lavoro accessorio (c.d. voucher) e a modificare la disciplina sulla responsabilità solidale in materia di appalti”.

Dopo solo qualche ora dalla definizione della data del referedum promosso dalla CGIL, indetto proprio per l’abrogazione dei voucher e per la responsabilità solidale negli appalti, abbiamo assistito ad un avvincendarsi di proposte, fino ad arrivare all’incontro risolutivo di ieri.

A conti fatti, nonostante le dichiarazioni rilasciate dal Ministro Poletti, a termine del Consiglio dei ministri, in base alle quali quanto accaduto non si deve tradurre in una vittoria dei sindacati sull’esecutivo, sembra che le decisioni assunte in queste ore dal Governo siano state influenzate proprio dalla “politica” messa in campo dal sindacato guidato da Susanna Camusso, dalla CGIL.

Non ci sono vincitori, ma soltanto vinti, e nessuna contrapposizione di programmi o politica può avere come campo di scontro la pelle delle persone, la vita di un Paese.

“Trattare cosa?”, domandava Matteo Renzi alla conduttrice di Otto e mezzo e, forse, oggi, abbiamo la risposta. Alla fine il Governo ha trattato e ha deciso di lasciarsi condizionare a tal punto da agire in modo sconnesso e probabilmente illogico, incassando numerosi pareri contrari.

Il punto drammatico di tutta questa vicenda è che al centro del tanto sofferto “trattare” non sembra esserci il bene comune, l’interesse della collettività. La volontà di trattare pare essere, semmai, maggiormente influenzata dalla paura, da parte di chi detiene il potere politico in questo momento, di misurarsi nuovamente, a distanza di così poco tempo dallo storico 4 dicembre, con l’ennesimo referendum, ergo con la volontà dei cittadini.

Mettiamoci d’accordo, però! I politici non possono avere paura di confrontarsi con l’elettorato, di ascoltarlo. I politici non possono non ascoltare il sindacato quando questo prova ad esprimere le esigenze dei lavoratori, fermo restando, come ricordava San Giovanni Paolo II, nell’enciclica Laborem exercens, che

“i giusti sforzi per assicurare i diritti dei lavoratori, che sono uniti dalla stessa professione, devono sempre tener conto delle limitazioni che impone la situazione economica generale del paese (…) e che il compito dei sindacati non è di «fare politica» nel senso che comunemente si dà oggi a questa espressione. I sindacati non hanno il carattere di «partiti politici» che lottano per il potere, e non dovrebbero neppure essere sottoposti alle decisioni dei partiti politici o avere dei legami troppo stretti con essi. Infatti, in una tale situazione essi perdono facilmente il contatto con ciò che è il loro compito specifico, che è quello di assicurare i giusti diritti degli uomini del lavoro nel quadro del bene comune dell’intera società, e diventano, invece, uno strumento per altri scopi”.

In questo particolare momento storico la strada maestra non può che essere il dialogo, all’interno di un conflitto correttamente inteso. Un dialogo dai toni bassi, ma veri, al quale è chiamata la politica, tutte le parti sociali, che confluisca necessariamente in una sintesi e in un obiettivo comune: fare, o quantomeno provare a fare, il bene del Paese.

 

 

 

 

 

 

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