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sabato, Dicembre 10, 2022

Paolo VI e il coraggio del realismo

Il 24 dicembre del 1968 Papa Paolo VI si recò alle acciaierie di Taranto per far visita ai lavoratori  e, dopo i doverosi ringraziamenti alle autorità civili e non solo, che permisero il suo ingresso nello stabilimento siderurgico, esordì con queste parole: “Ma ora a voi, Lavoratori, che cosa diremo nel breve momento concesso a questo nostro rapido incontro?

Papa Paolo VI, dopo aver espresso la consapevolezza di come nel mondo moderno lavoro e religione sembrino due cose separate, talvolta contrapposte, anche se “questa reciproca incomprensione non ha ragione di essere”, proseguì con un messaggio che interpella, a distanza di più di cinquant’anni, alcune delle questioni aperte del nostro tempo: “Cari Lavoratori! Voi vedete come quando lavorate in questa officina è, in certo senso, come se foste in Chiesa; voi vedete come lavoro e preghiera hanno una radice comune, anche se espressione diversa. Qui due mondi s’incontrano: la materia e l’uomo; la macchina, lo strumento, la struttura industriale da una parte, la mano, la fatica, la condizione di vita del lavoratore dall’altra. Il primo mondo, quello della materia, ha una sua segreta rivelazione spirituale e divina; ma quest’altro mondo, che è l’uomo, impegnato nel lavoro, carico di fatica e pieno lui stesso di sentimenti, di pensieri, di bisogni, di stanchezza, di dolore, quale sorte trova qui dentro? Qual è, in altri termini, la condizione del Lavoratore impegnato nell’organizzazione industriale? Sarà macchina anche lui? Puro strumento che vende la propria fatica per avere un pane, un pane da vivere; perché prima e dopo tutto, la vita è la cosa più importante d’ogni altra; l’uomo vale più della macchina e più della sua produzione”.

Queste parole, insieme a tutto il testo del messaggio, dimostrano quanto la dimensione del lavoro rechi in sé perennemente quel delicato equilibrio che non andrebbe mai interrotto, disturbato, vìolato, per consentire all’uomo di vivere libero e non schiavo delle macchine come del tempo. Alla luce dei più recenti incidenti sul lavoro possiamo anche aggiungere, anzi dobbiamo, “di non morire vittima delle macchine, perchè insicure, perchè non revisionate”.

“Ma ora a voi, Lavoratori, che cosa diremo nel breve momento concesso a questo nostro rapido incontro?”

Il coraggio del realismo non è un invito ad escludere, bensì ad includere, ad inventare nuovi modi e nuove vie perchè il progresso non disumanizzi il lavoro, perchè il troppo lavoro non disumanizzi la persona, perchè non si debba più morire sul posto di lavoro.

E proprio di visione realista e non materialista parlò ancora Paolo VI ai lavoratori nel messaggio della notte di Natale del 1968: “Voi avete davanti una visione estremamente realista, ma non materialista. Voi sapete come trattare la materia, che sembra ingrata e refrattaria ad ogni tentativo dell’arte umana; sapete trattarla e dominarla, perché, da un lato, siete diventati così intelligenti, voi e chi vi dirige, da scoprire le leggi nuove del mestiere umano, cioè dell’arte di dominare le cose, e, d’altro lato, avete scoperto, voi e i vostri maestri, le leggi nascoste nelle cose stesse. Le leggi? Che cosa sono le leggi, se non pensieri? Pensieri nascosti nelle cose, pensieri imperativi che non solo le definiscono con i nostri nomi comuni, ferro, fuoco, o altro, ma che danno ad esse un loro essere particolare, un essere che da sé, è evidente, le cose non sanno darsi, un essere ricevuto, un essere che diciamo creato.”

Mi piacerebbe che le persone che hanno perso il gusto del lavoro, o che non lo hanno mai sperimentato, potessero leggere e riflettere su questo meraviglioso passaggio. Quante aziende faticano a trovare manodopera! Ma questo punto merita un altro spazio e altre considerazioni.

La visita di Paolo VI ai lavoratori presso le acciaierie ci indica come la Chiesa debba stare nel mondo, vivere dentro le situazioni, accanto all’uomo, raggiungendolo dove egli spende la sua vita, perchè l’incontro e il dialogo con quella vita non abbia a cessare.

Certo, Paolo VI ringraziò le autorità per la possibilità concessagli di accedere alle acciaierie, segno che non è così facile per la Chiesa raggiungere l’uomo sui posti di lavoro. Dialoghiamo su questo. Il coraggio del realismo lo impone.

Per l’uomo, invece, per il lavoratore, il coraggio del realismo si traduce nell’impegno a stare dentro le trasformazioni del lavoro, con l’annuncio e la denuncia, per guidare il cambiamento e non subirlo come destino ineluttabile.

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