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mercoledì, Aprile 24, 2024

Mobbing: basta un fischio per denunciare?

Giangiulio Ambrosini, magistrato presso la Corte di Cassazione, nel suo saggio “La Costituzione spiegata a mia figlia” (Einaudi, 2004), descrive così il mobbing:

“un modo sottile e perverso di escludere una persona dal lavoro, isolandola dagli altri lavoratori, costringendola a mansioni inutili e inadeguate alla sua professionalità, ponendola in condizione di non avere nulla da fare pur continuando a percepire la retribuzione e a rimanere sul posto di lavoro. E’ come mettersi davanti ad una scrivania senza avere alcun fascicolo da esaminare, o davanti ad una macchina che non funziona o che non produce nulla, per tutta la giornata. Ti senti inutile, diventi matto, diventi aggressivo. In questa situazione finiranno con il licenziarti o con il costringerti alle dimissioni”.

Le parole del magistrato fanno emergere principalmente l’aspetto logorante che determinate azioni producono su chi le subisce. Sappiamo benissimo che le azioni possono essere ben più cattive e violente di quelle descritte, fino a minare pesantamente la salute della vittima. Proviamo solo ad immaginare quale inferno debba vivere chi ha la certezza matematica di essere perseguitato, chi sa di non poter dimostrare l’esistenza e la consistenza di un atto persecutorio, chi comprende di non essere in grado denunciare e soprattutto di difendersi dall’abuso o dagli abusi.

Perchè mobizzare? Può accadere che una persona che soffre dentro di sè un disagio, a causa del confronto con l’altro, piuttosto che impegnarsi a vincere le proprie paure e fragilità, preferisca rimanere nella sua debolezza e accanirsi sul cosiddetto “avversario”. L’obiettivo del mobbing, pertanto, è quello di mettere fuori gioco l’anatagonista per diversi motivi: per antipatia, per gelosia, per competizione, per la sua non ricattabilità, perchè fondamentalmente libero anche di denunciare qualcosa che non va all’interno della realtà lavorativa, fosse anche la corruzione. Proprio su quest’ultimo aspetto ci soffermiamo oggi, consapevoli di quanto l’universo mobbing reclami ulteriori approfondimenti, che certamente troveranno ampio spazio (è una promessa e un impegno) nell’agenda di The Job Enquirer.

Tutti siamo concordi nel dire che la corruzione va combattutta, che è importante denunciare gli illeciti, anche se molto spesso confondiamo la denuncia con la lamentela. La lamentela è fine a se stessa, è uno sfogo momentaneo, è un passo che non lascia traccia. La denuncia, invece, è qualcosa di molto diverso, è un contributo al cambiamento. Non importa se sia piccolo o grande questo contributo; è sempre un contributo importante che una persona sceglie di offrire per obbedire in primis alla sua coscienza, contro tutto e contro tutti, a volte anche contro il consiglio delle persone più care.

Ecco perchè oggi l’attenzione si concentra sul “whistleblowing”, uno strumento legale, attivo già negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, che serve per informare tempestivamente in merito a eventuali tipologie di rischio come: pericoli sul luogo di lavoro, frodi all`interno, ai danni o ad opera dell’organizzazione, danni ambientali, false comunicazioni sociali, negligenze mediche, illecite operazioni finanziarie, minacce alla salute, casi di corruzione o concussione e molti altri ancora. Chi è che informa? Il lavoratore che è dentro quei luoghi, quelle organizzazioni.

In Italia, come annunciato da Raffaele Cantone, Presidente della Autorità Nazionale Anticorruzione, per favorire la segnalazione degli illeciti nella pubblica amministrazione e per fare emergere situazioni di disfunzione, irregolarità e illegalità, sarà attivata entro fine anno o nel primo trimestre del 2017, una piattaforma online per i whistleblowers (letteralmente “soffiatori nel fischietto”), ossia coloro che decidono di denunciare. La speranza è che i whistleblowers siano tanti e che forte sia la tutela che verrà loro accordata.

Chi denuncia deve godere necessariamente di una protezione, altrimenti continueremo a raccontare e a raccontarci favole sui supereroi. In effetti, proprio la tutela per “le voci di giustizia” è quanto viene auspicato dalle associazioni Riparte il Futuro e Transparency International Italia, accanto alla richiesta di applicazione della normativa anche nel settore privato. Chi denuncia, se non protetto, è facilmente vittima di mobbing e di demansionamento e l’ esposizione ad un pericolo reale non può non costituire un deterrente per chi intende denunciare.

Al momento la proposta di legge che dovrebbe blindare i whistleblowers, approvata alla Camera a gennaio, è in attesa di essere esaminata dalla Commissione affari istituzionali del Senato. Proprio le due associazioni summenzionate ne sollecitano la discussione in tale sede, oltre ad evidenziare ulteriori aspetti importanti, come le garanzie di riservatezza per chi ha il coraggio di uscire allo scoperto, che il provvedimento dovrebbe contenere, per una sua maggiore completezza ed efficacia.

Un appello e una speranza, per concludere.

L’appello è rivolto a Cantone perchè, attraverso la piattaforma online da lui annunciata, possano essere denunciati, tra gli illeciti e le irregolarità, anche i casi di mobbing, in modo che l’azione persecutoria non sia presa in considerazione solo come eventuale conseguenza che deve subire chi denuncia, ma come oggetto della denuncia stessa da parte del lavoratore. In questo modo potremmo avere in mano uno strumento in più per difenderci da questo mostro.

La speranza è che la proposta di legge termini il suo iter di approvazione, prima che venga attivata la piattaforma online per i whistleblowers.

Una cosa è certa: la realtà nella quale viviamo, anche quella lavorativa, è sempre più violenta, tanto che sempre più spesso si parla di bullismo sul lavoro. Proprio per questo motivo, oltre ad una sempre più mirata ed incisiva opera educativa, gli strumenti per difendersi dalla rabbia degli altri non possono che essere resi sempre più efficaci, ovviamente nell’interesse del più debole.

 

 

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