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sabato, Dicembre 3, 2022

Il lavoro e la malapianta dell’ignoranza

L’atto indimitatorio ai danni di un ristoratore della Locride riaccende i riflettori su una questione sempre aperta: la difesa del lavoro dalla malapianta dell’ignoranza. In questo caso l’ignoranza ha prodotto minacce di estorsione e di morte. Un avvertimento in puro stile mafioso. Un gesto da denunciare e condannare.

L’articolo 41 della Costituzione della Repubblica italiana recita che “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Il dibattito su questo articolo si è spesso concentrato sull’opera di chi assume l’iniziativa privata, sulla realizzazione di un progetto che, non contrastando con l’utilità sociale, non recando danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, possa favorire crescita economica e un autentico sviluppo umano.

Gli ostacoli che incontra chi vuole fare impresa nel nostro Paese li abbiamo ribaditi più volte: eccessiva burocrazia, mancanza di servizi e infrastrutture adeguate, accesso al credito, tassazione del lavoro elevatissima, corruzione, concorrenza sleale. Accanto a queste “piaghe” vi è pure una pianta, anzi, una malapianta che ha messo radici ovunque e che manifesta i suoi “frutti cattivi” in diversi modi e luoghi: l’ignoranza.

Cosa vuol dire fare impresa, soprattutto nei territori più difficili come, ad esempio, la Calabria? Quali sono gli strumenti per difendere il buon imprenditore e sostenere la buona economia? Su cosa si fonda esattamente l’economia dei territori poveri che, all’apparenza, poveri non sono?

A volte ci ostiniamo a presentare la realtà del nostro Paese come una bellissima tavola imbandita, con splendide posate, senza però prestare attenzione al fatto che la tovaglia sulla quale poggiano questi oggetti presenta molte macchie. E’ una base sporca, unta, che andrebbe ripulita. Fare i conti con questa “base sporca” non significa scoraggiarsi, avvilirsi, ma comprendere, ancora di più, che c’è tanto da fare ancora per sconfiggere ed estirpare la malapianta dell’ignoranza, dentro e fuori di noi, per difendere il lavoro e chi crea lavoro vero, per un autentico sviluppo umano, senza il quale non può esserci un reale sviluppo del territorio.

 

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