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giovedì, Maggio 30, 2024

Je suis moi-même: il senso soggettivo del lavoro

Se per un attimo provassimo ad accantonare le reazioni provocate in noi dalle vignette di Charlie Hebdo sul terremoto che ha colpito il Centro Italia, potremmo comprendere come la vicenda in sè “costringa” ad andare oltre la riflessione su cosa debba o non debba essere la satira. La nostra attenzione potrebbe essere catturata da un aspetto ancora più importante, anche se meno evidente: il senso soggettivo del lavoro, di cui molto ha scritto san Giovanni Paolo II nell’enciclica Laborem Exercens, anno 1981.

Nel testo leggiamo che “il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto. A ciò si collega subito una conclusione molto importante di natura etica: per quanto sia una verità che l’uomo è destinato ed è chiamato al lavoro, però prima di tutto il lavoro è «per l’uomo», e non l’uomo «per il lavoro». Con questa conclusione si arriva giustamente a riconoscere la preminenza del significato soggettivo del lavoro su quello oggettivo. Dato questo modo di intendere, e supponendo che vari lavori compiuti dagli uomini possano avere un maggiore o minore valore oggettivo, cerchiamo tuttavia di porre in evidenza che ognuno di essi si misura soprattutto con il metro della dignità del soggetto stesso del lavoro, cioè della persona, dell’uomo che lo compie. A sua volta: indipendentemente dal lavoro che ogni uomo compie, e supponendo che esso costituisca uno scopo – alle volte molto impegnativo – del suo operare, questo scopo non possiede un significato definitivo per se stesso. Difatti, in ultima analisi, lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo – fosse pure il lavoro più «di servizio», più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante – rimane sempre l’uomo stesso“.

Fare il vignettista per un giornale di satira come Charlie Hebdo è certamente un lavoro e, satira o meno, anche lo scopo di questo lavoro non può non essere l’uomo. La satira deve essere dissacrante, deve suscitare una reazione forte, di pancia? E chi asserisce il contrario? Il punto, infatti, è un altro.

Supponiamo, per un istante, che l’autore della vignetta abbia presentato una prima bozza per la pubblicazione, raffigurante in primo piano un muratore intento a costruire edifici con mix di materiali inappropriati, come la sabbia, la passata di pomodoro, addirittura il Parmigiano Reggiano, e, in secondo piano, le vittime sotto le macerie; supponiamo ancora che il suo caporedattore, o il direttore, esaminando la bozza, lo abbia incalzato ad osare di più, senza se e senza ma, fino alla realizzazione della vignetta così come l’abbiamo conosciuta, perchè lo scopo di tutto è rimanere fedeli all’identità del giornale e aumentarne le vendite. Dopotutto, questo scenario non dovrebbe sorprenderci se pensiamo a quanti nostri quotidiani nazionali ci lasciano senza parole, ogni giorno, con quanto viene pubblicato a caratteri cubitali in prima pagina! Alcune volte troviamo veri e propri inni alla rabbia sociale, alla rivolta, al disprezzo, al razzismo. Tanto che importa, ciò che conta di più è vendere, a qualunque prezzo, a qualunque costo.

Quanto accaduto, allora, al netto delle reazioni, del significato del termine satira e dell’intoccabile valore della libertà di espressione, suggerisce di riflettere su una realtà amara dei nostri giorni:  molte persone, pur di lavorare, possono essere costrette a “consegnare la loro vita”, ciò che sono, ciò che sono state, per essere plasmate ad immagine di qualcun altro o sacrificate sull’altare del profitto. Il punto, ancora una volta, non è mettere in discussione l’oggetto, la satira, perchè bloccare la riflessione su di essa equivarrebbe a continuare a contare semplicemente gli iscritti ad una corrente di pensiero piuttosto che ad un’altra, senza riuscire a guardare oltre.

Ciò che conta è mettere al centro il soggetto: l’uomo, il lavoratore. Noi non sappiamo come siano andate esattamente le cose all’interno della redazione, ci siamo concentrati sugli effetti esterni della pubblicazione della vignetta, su ciò che per noi è stato visibile fin da subito. Con il marchio Charlie Hebdo abbiamo identificato tutti i vignettisti del giornale, senza immaginare un volto preciso. Non sappiamo se il vignettista sia stato davvero sollecitato ad osare di più, se possa essersi sentito in difficoltà nell’accantonare la sua rappresentazione della realtà per dare vita al risultato che conosciamo o,  se assuefatto da un continuo invito ad osare, non abbia considerato null’altro se non il tempo necessario a completare il lavoro e andare via. Quanto ipotizzato, comunque, è verosimile, fa emergere aspetti che non possono essere ignorati, dal momento che determinate dinamiche possono instaurarsi in molteplici settori lavorativi e interessare la vita di molte persone.

Tutto quello che può rappresentare l’oggetto del lavoro dell’uomo può diventare obsoleto o anche essere dimenticato nel tempo. Ciò che non si consuma nel tempo, invece, è ciò che l’uomo diventa attraverso il suo lavoro.

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