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mercoledì, Novembre 30, 2022

Il Primo Maggio e la Fase 2 per il lavoro

Qualche giorno fa il Presidente del Censis Giuseppe De Rita ha rilasciato al quotidiano La Repubblica una intervista molto interessante. Cuore del messaggio: la ripartenza dell’Italia.

Oggi prendo spunto dalle sue parole per onorare la ricorrenza del Primo Maggio e a breve comprenderete il perchè.

Ecco i passaggi cruciali dell’intervista del Presidente De Rita:

In questi giorni mi capita spesso di pensare alla guerra. Avevo tredici anni e certe notti per la fame non riuscivo a dormire. Guardavo il soffitto e non mi addormentavo. Poi il conflitto finì, e io sentivo di essere già un uomo. Capivo che avrei dovuto fare uno sforzo immane per uscire da quella notte. E come me lo sapevano anche gli italiani. Tutto attorno a noi era in macerie, però ce l’abbiamo fatta, siamo diventati la quinta potenza nel mondo. (…) Eravamo straccioni e lo Stato non poteva aiutare nessuno, al massimo qualche pensione di guerra e un po’ di edilizia, eppure tutti si rimisero a faticare senza risparmiarsi. (…) Abbiamo statalizzato la pandemia, ma lo Stato, non potrà farsi carico di 60 milioni di italiani. Proprio perché è una crisi così profonda, la si risolve con uno scatto di ognuno di noi. Allora fu la fatica di una generazione a fare grande l’Italia, stavolta bisognerà farsi venire delle idee.

Il richiamo alla guerra sembra corretto, anche se molti lo hanno definito inappropriato. Credo che siamo tutti d’accordo, invece, nel pensare che le macerie prodotte da questa guerra debbano ancora manifestarsi. 

Quello che non si incastra, a mio modesto avviso, nel parallelismo tentato dal sociologo De Rita, è l’attuale quadro normativo. Mi spiego.

Chi nel dopoguerra volle dare concretezza alle proprie idee, per creare lavoro, fu costretto a fare i conti con gli stessi adempimenti burocratici previsti oggi? Badate bene che per adempimenti burocratici non intendo le conquiste del lavoro, i diritti, quasi che fossero queste le zavorre di cui liberarsi.

Agli italiani non mancano le idee, semmai fanno fatica a tradurle in progetti, spesso proprio a causa di una burocrazia non più tollerabile. Fermo restando che i sostenitori dell’assistenzialismo godono ancora di buona salute, credo che la stragrande maggioranza degli italiani non preferisca correre dietro ai tempi dello Stato, perchè fare questo significherebbe rimanere fermi.

Quanto ritardo nella concessione dei prestiti alle aziende, più volte annunciati dal Presidente del Consiglio Conte! Quanto ritardo nell’erogazione della cassa integrazione in deroga!  Lo Stato, dice De Rita, non può farsi carico di 60.000.000 di italiani. Bene! Anzi, benissimo.

Allora rimane una cosa da fare: creare le condizioni perchè gli italiani facciano da soli. Come? Non doveva essere questo il tempo di iniziare a pensare alle riforme da fare per fissare poche regole, scritte bene, per liberare la creatività delle persone che desiderano lavorare e ricostruire?

E invece ci stiamo incastrando ulteriormente.

Più burocrazia non vuol dire più rigore. Forse è proprio la troppa burocrazia, la lentezza che questa produce a favorire la corruzione.

Non fingiamo di ignorare questa verità.

Questo ragionamento valeva ancora prima della diffusione del Coronavirus. È strano che il sociologo De Rita tralasci un punto così importante per la ricostruzione, soprattutto tenuto conto dell’osservatorio dal quale si pronuncia. E’ anche strano che non faccia riferimento all’eredità del debito pubblico che ci portiamo sulle spalle.

Più formazione civica, meno repressione. Meno burocrazia, meno possibilità di infiltrazioni mafiose per velocizzare i tempi di un apparato quasi infernale.

Oggi non possiamo parlare di lavoro senza tenere conto dello scenario che si è ampiamente manifestato dopo il lockdown. Noi abbiamo raccolto i cocci di un sistema carico di ingiustizie. Per ricostruire è necessario che questo sistema venga giù ed io non sono sicura che ciò si stia verificando.

Le macerie che al momento vediamo riguardano solo la vita delle persone più fragili e più deboli. Non sono certo i resti di quel sistema di iniquità che, invece, non dà segni di cedimento.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Mai come oggi c’è lavoro per tutti: lavoro di pensiero, di creatività, di formazione, di squadra. Tutto questo per ripartire, per creare nuovi spazi di rinascita per tutti.


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