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mercoledì, Novembre 30, 2022

E se lo smart working facesse paura?

A dire il vero questa riflessione nasce da un’altra domanda: perché lo smart working fa paura? Trattare la questione in questi termini, però, pur suffragata da numerose testimonianze, avrebbe voluto dire spacciare una (ancòra) ipotesi per certezza. Non è lecito farlo.

Lo smart working è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, seppure con caratteristiche diverse. Aiuta a conciliare i tempi di vita e di lavoro della persona, favorisce il suo rendimento e, dunque, la sua produttività all’interno dell’azienda.

A motivo di quanto appena specificato, appare incomprensibile che un sindaco, oltretutto di una città come Milano, possa permettersi di richiamare a lavoro i dipendenti che, a causa della pandemia, hanno svolto il loro dovere in versione smart.
In questo Paese si parla tanto di produttività, eppure nei confronti dell’utilizzo dello Smart working, che di fatto può stimolare la produttività di un lavoratore, si registra “disinformazione e resistenza culturale”.

È Fiorella Crespi, Direttore dell’ Osservatorio Smart Working, ad evidenziare la differenza tra il crescente ricorso allo smart working da parte delle grandi imprese e quello debole delle PMI. Anche nel settore pubblico il ricorso alla modalità smart working aveva registrato nel 2018 una debole crescita. Certamente i dati andranno rivisti oggi, molte sono state le aziende pubbliche e private che hanno adottato la modalità del lavoro agile.

Rimane un dato: una scelta compiuta per necessità e per paura quante possibilità ha di trasformarsi in una scelta convinta, capace di superare disinformazione e resistenza culturale?

Staremo a vedere.

L’invito di Giuseppe Sala, sindaco di Milano, getterebbe nello sconforto. Bene ha fatto chi si è ribellato alle sue parole in salsa Ottocento. La questione è molto semplice, in verità, molto più di quanto possiamo credere: lo smart working premia la produttività e gli obiettivi.

È possibile lavorare da casa ( o da un altro luogo) e produrre, come è possibile che un dipendente stia in ufficio anche dieci ore senza aver fatto nulla. Come al solito, come sempre è una questione di coscienza e di risultati verificabili.

Prima, però, di creare un nuovo scontro tra categorie di lavoratori meritevoli in smart working e categorie di lavoratori vagabondi in ufficio, o viceversa, sia nel pubblico che nel privato, andiamo al punto: cos’è che rende più forte la paura rispetto alla voglia di cambiamento? Il protagonismo dei lavoratori? L’idea che un manager possa avere meno controllo sul personale? Più controllo equivale a più potere?

E i lavoratori cosa ne pensano? Secondo un’ indagine commissionata da LinkedIn, gli effetti dello smart working sulla salute mentale dei lavoratori non sarebbero da sottovalutare. Il rischio di assottigliamento della linea di separazione tra tempo del lavoro e tempo libero è molto concreto. Altro che conciliazione tra vita e lavoro! E’ la narrazione che non funziona? Quando si parla di smart working il lavoratore viene spesso ritratto in un ambiente molto confortevole, con alle spalle un giardino, difronte ad una invitante tazza di caffè. Che dire? Sempre meglio di luoghi angusti. Perchè l’ambiente di lavoro non dovrebbe essere confortevole?

La questione è molto seria. Gli interrogativi sono volutamente provocatori. Dobbiamo avere il coraggio di vuotare il sacco e “denunciare” le reali resistenze nei confronti dello smart working.

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