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mercoledì, Novembre 30, 2022

Decreto dignità: precarietà e rischio d’impresa. Una provocazione

Il Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, in un confronto avuto in televisione con il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, ha più volte sottolineato come nel dibattito pubblico termini quali precarietà, flessibilità, concorrenza sleale, addirittura illegalità vengano utilizzati come sinonimi, vocaboli intercambiabili. Occorre fare chiarezza e mettere ordine, ha voluto intendere il numero uno di Confindustria. Come dargli torto? Nessuno potrebbe parlare di precarietà come di un reato o di un fenomeno di illegalità.

Il condizionale è d’obbligo, si sa, in un momento di grave confusione e di smarrimento, entrambi costantemente alimentati da un modo di fare politica caratterizzato da una eccessiva semplificazione nel dire e nel fare.
La volontà di fare chiarezza avanzata da Vincenzo Boccia, il tentativo di mettere ordine nelle idee di chi ascolta, sarebbero sufficienti a difendere Confindustria dalle accuse di terrorismo psicologico rivoltele sempre dallo stesso Ministro Di Maio.

Tuttavia, non è il tentativo di delegittimazione nei confronti di Confindustria il cuore del ragionamento in atto. il punto sul quale soffermarsi in questa sede è un altro, sempre comunque collegato allo sforzo di Boccia di fare chiarezza. In relazione alla precarietà egli ha affermato che questa non è una condizione che vive solo il lavoratore dipendente, bensì anche l’imprenditore, e che da questa dipendono inevitabilmente le soluzioni contrattuali da accordare al personale che viene assunto.

Per far comprendere il suo punto di vista ha proposto un esempio: se un imprenditore riceve una commessa di lavoro che “terrà” impegnata la sua azienda per un anno è normale che egli assumerà personale con contratto ad un anno, dunque, con contratto a tempo determinato. Nell’incertezza, infatti, del proseguo dei lavori o dell’ottenimento di altre commesse, l’imprenditore non potrà assumersi il rischio di accollarsi un costo che lo “obblighi” per un tempo prolungato. Tale periodo potrebbe rivelarsi anche di scarsa produttività per la sua azienda. In sintesi il Presidente Boccia ha definito precaria questa “situazione”.

Le motivazioni addotte da Boccia sono comprensibili, ma allo stesso tempo fragili. Proviamo a capire perché, mossi sempre dalla volontà di fare chiarezza, di mettere ordine. Spostiamo per un attimo la nostra attenzione dal rapporto “imprenditore – dipendente” a quello “imprenditore- istituto di credito”. Quando una persona decide di voler fare impresa, di realizzare un progetto, sa di non poterlo fare con le sue proprie risorse, pertanto richiede un finanziamento, solitamente una somma considerevole che si impegnerà a restituire attraverso il frutto del suo lavoro, in un arco di tempo ben definito, insieme agli interessi dovuti. Nel momento in cui l’imprenditore varca per la prima volta il cancello della sua azienda, però, non ha la certezza della mole di lavoro che dovrà/potrà svolgere. Tutto dipenderà dal numero delle commesse che riceverà. Questo non gli impedisce di rischiare, di richiedere quel finanziamento, di accollarsi quel costo non indifferente, perché è consapevole che senza quel rischio (sia chiaro che i benefattori sono sempre accetti) il suo progetto avrà serissime difficoltà a nascere.

Il rapporto “imprenditore – istituto di credito” ci aiuta a mettere nella giusta cornice, nella corretta prospettiva anche l’esempio avanzato da Boccia. Per l’imprenditore non si può parlare di condizione di precarietà. Si deve piuttosto parlare di un rischio che, appunto come imprenditore, egli si assume nel momento in cui prova a far nascere il suo progetto. Le due cose, precarietà e rischio d’impresa, non possono essere confuse perché verrebbe snaturata la definizione stessa di imprenditore, perché il pericolo sarebbe quello di continuare al alimentare quella semplificazione, se non addirittura banalizzazione, che sta davvero uccidendo il nostro Paese, attraverso un conflitto che non giova a niente e a nessuno.

Il rischio, inoltre, apre ad una o più prospettive, mentre la precarietà offre un orizzonte molto ristretto, limitativo.

L’impresa rimane una attività in costante evoluzione, dipendente da circostanze esterne ed interne non controllabili, tra cui l’ambiente, il costo del lavoro, i prezzi delle materie prime, la tecnologia, il comportamento degli acquirenti, i competitor, il regime normativo e fiscale. Proprio questi eventi sempre nuovi spingono l’impresa ad essere più competitiva, ad investire per poterlo essere, ed è per questo che non si può ragionare sull’argomento occupazione omettendo che l’attività dell’impresa dipende molto anche dalle scelte gestionali o trascurando la problematicità di determinati passaggi.
Le scelte gestionali implicano responsabilità, competenza, lungimiranza da parte di chi le compie. Imprenditori non ci si improvvisa. Neppure dipendenti, però! L’impresa è un progetto la cui riuscita richiede il pieno coinvolgimento dell’imprenditore e del dipendente. Non giova la letteratura che assegna sempre all’imprenditore il ruolo del cattivo di turno e al dipendente quello della vittima designata.
La crisi economica non ha aiutato a superare questa letteratura, neppure la politica è stata all’altezza, non ha voluto ascoltare, e questo ha acuito il conflitto tra le parti.
Tuttavia possiamo provare ad immaginare un nuovo scenario. Se con l’esempio proposto da Boccia, infatti, si è inteso dire che il rischio di impresa debba essere sostenuto non più soltanto dal datore di lavoro ma anche dal dipendente, che siamo in presenza di una nuova corresponsabilità nei confronti del rischio, “together we stand, divided we fall, e pertanto di un rinnovato protagonismo del lavoratore dipendente, con ciò che ne consegue, allora è proprio giunto il momento di riscrivere tutto, di ammettere che il problema del lavoro, prima di essere una questione di contratto, è una questione di cultura di impresa per tutti i soggetti in essa coinvolti.

Cosa può significare riscrivere tutto? Ignorare il momento, l’impatto della globalizzazione, il ruolo del sindacato, svuotare di sostanza le norme protettive del mercato del lavoro? Forse riscrivere tutto può voler dire far coesistere regole e condizioni giuste per tutti, essere capaci di un realismo nuovo e diverso.

La sfida è certamente ardua, ma occorre una nuova visione per uscire dal pantano e costruire un nuovo percorso che abbia sempre la persona al centro.

“A qualsiasi ambito si guardi se non ci fossero stati i grandi visionari, l’umanità si sarebbe fermata e l’Italia non avrebbe conosciuto buona parte della sua bellezza e del suo genio”  (da il Bello dell’Italia – Corriere della Sera).

 

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