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sabato, Dicembre 3, 2022

Ddl povertà: un rimedio per i “nuovi apolidi”?

Secondo quanto sancito dalla Convenzione di New York del 28 settembre 1954, con il termine apolide si indica: “(…) una persona che nessuno Stato considera come suo cittadino per l’applicazione della sua legislazione”. Un soggetto invisibile senza diritto alla cittadinanza (riconosciuto all’articolo 15 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo) e privato di tutti gli altri diritti ad esso collegati.  L’apolide è costretto, pertanto, a vivere ai margini del mondo. Proprio l’espressione “ai margini del mondo” autorizza ad affrontare, oggi, nell’era della “globalizzazione dell’indifferenza”, una riflessione sui “nuovi apolidi”, o meglio, su una nuova forma di apolidia, dal momento che anche la crescente esclusione sociale, dovuta all’aumento della povertà e delle disuguaglianze, costringe a vivere “fuori” anche coloro che sono cittadini a tutti gli effetti, privati come sono della possibilità di partecipare comunque alla vita della comunità, di esercitare i propri diritti.

Papa Francesco è molto chiaro nell’Evangelii Gaudium (punto 53):

“Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

E’ lecito, dunque, poter parlare oggi di una nuova forma di apolidia? Certamente non può sfuggire il limite sempre più labile che divide la condizione di coloro che in questa riflessione sono considerati i “nuovi apolidi” e quella degli apolidi storicamente definiti. Il semplice tentativo di raffrontare le due condizioni può apparire irrispettoso nei confronti dei circa 15.000 apolidi presenti in Italia (dati Cir), ma l’asprezza di questa operazione viene immediatamente mitigata dal richiamo alla memoria delle parole del filosofo Norberto Bobbio: « Libero non è colui che ha un diritto astratto senza il potere di esercitarlo, bensì colui che oltre al diritto ha anche il potere di esercitarlo».

Il prof. Stefano Semplici, ordinario di Etica sociale all’Università di Roma «Tor Vergata», nel suo contributo “La quotidianità che divide , afferma che: «È difficile sentirsi popolo quando l’affanno del bisogno scava per molti solchi profondi di marginalità o vera e propria esclusione, quando si ferma l’ascensore sociale, quando perfino l’esperienza della vulnerabilità di fronte alla malattia e alla sofferenza traccia il perimetro del privilegio anziché allargare quello dei diritti e della solidarietà». Tutti noi abbiamo appreso dai dati Istat come in Italia la povertà sia in continuo aumento e con essa tutta una serie di privazioni e rinunce, come lo stesso diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro. La parola chiave di tutto ricorre per l’ennesima volta: lavoro. Papa Francesco, infatti, concentra la sua attenzione  sulla mancanza di lavoro.

Oggi sentiamo parlare di Ddl contro la povertà, a favore dell’inclusione sociale, ma come insegna San Tommaso d’Aquino “il significato profondo della convivenza civile e politica non emerge immediatamente dall’elenco dei diritti e dei doveri della persona. Tale convivenza acquista tutto il suo significato se basata sull’amicizia civile e sulla fraternità. Una comunità è saldamente fondata quando tende alla promozione integrale della persona e del bene comune; in questo caso il diritto viene definito, rispettato e vissuto anche secondo le modalità della solidarietà e della dedizione al prossimo”.

Come pronunciarsi, dopo aver ascoltato queste parole, in merito, ad esempio, ai diritti acquisiti? Alla luce di questo illuminante insegnamento dobbiamo domandarci con molta franchezza: perchè è così difficile fare posto all’altro? Perchè è così intuitivo chiedere che chi percepisce una pensione d’oro rinunci ad una parte del suo ammontare e non è altrettanto intuitivo domandare a chi ha due incarichi di sceglierne uno soltanto, visto che il problema per molti è la mancanza di un lavoro? Oppure: perchè l’articolo 36 della nostra Costituzione non è rispettato in molte delle nostre aziende del Sud, della Calabria, della Locride? Eppure parliamo di cittadini! Eppure parliamo di Carta Costituzionale!

Fatti salvi tutti i provvedimenti che il Governo vorrà adottare per fronteggiare la crescente povertà, se non riscopriremo tutti quell’amicizia civile di cui parla Tommaso D’Aquino, che è il campo del disinteresse, del distacco dai beni materiali, della loro donazione e della disponibilità interiore alle esigenze dell’altro, non faremo altro che inventare palliativi che profumeranno di elemonisina e non andremo al cuore del problema, indicato anche da Papa Francesco: creare lavoro, prospettive, vie d’uscita.

E tutto questo perchè nessuno debba vivere ai margini del mondo.

 

 

 

 

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