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sabato, Dicembre 3, 2022

Dall’Appennino la svolta buona per crescere

Se ascoltiamo con attenzione le testimonianze che in queste ore giungono dai luoghi del Centro Italia colpiti dal terremoto, constatiamo come la gente d’Appennino, nonostante le enormi perdite, la difficoltà della ricostruzione, non pensi minimamente di abbandonare la propria terra. Il filo rosso che tiene insieme la paura e la speranza è la ferrea volontà di custodire il proprio territorio e il legame con esso.

Questo obiettivo non presenta nessuna stranezza, anche se la fermezza nel volerlo raggiungere non può che suscitare una domanda, alla luce dell’universo del lavoro che prende sempre più consistenza nel nostro Paese.

Se la terra trema, causa terremoto, e perdiamo molto o tutto, non la abbandoniamo, fosse anche per andare in un altro Comune, posto non troppo lontano da quello di nostra residenza. Affermiamo con giustificato orgoglio: “Dobbiamo ricostruire il tessuto economico”, incassando l’elogio di chi ascolta.

Se la terra “trema”, causa crisi economica, invece, se crollano molte delle certezze che un lavoratore deve avere, a stento presidiamo quelle conquiste che, come ci ricordava Tina Anselmi, non sono mai definitive, e siamo quasi indotti a cedere ad una flessibilità senza controllo e senza misura, in certi casi, ad una nuova schiavitù, fino all’abbandono della nostra terra, per cercare altrove la nostra casa.

Perchè ci troviamo di fronte a scelte così distanti, entrambe non indolore, le cui conseguenze sono diametralmente opposte?

Andiamo per gradi.

Qualche giorno fa, su Agensir, è stata pubblicata un’ intervista a Mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto  e attuale Presidente del Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani. Al centro dell’intervista proprio i lavori della 48° Settimana Sociale (Cagliari, 26 – 29 ottobre 2017) che avrà come tema “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale”. Mons. Santoro, rispetto alla difficile situazione che vive l’Italia dal punto di vista occupazionale, ha affermato che

“occorre prendere atto di una mobilità lavorativa necessaria alla quale non siamo affatto abituati e al contempo non perdere di vista che il lavoro non è soltanto il mezzo per la sussistenza, ma la condizione mediante la quale una persona si realizza”.

Una domanda sorge spontanea ascoltando queste parole: è possibile conciliare la necessarietà della mobilità lavorativa (ovviamente intesa come conseguenza della flessibilità) con la necessarietà del lavoro, intesa come condizione mediante la quale l’uomo di realizza? Cosa mettiamo al centro e prima di tutto: il lavoro come mezzo per la sussistenza o il lavoro come condizione per la realizzazione della persona? Senza giri di parole, è questo il vero nodo da sciogliere. Non è forse vero che oggi è sempre più difficile che le due dimensioni coesistano? Che il termine “realizzazione” lascia spazio a numerose interpretazioni, non sempre riconducibili alla centralità della persona?

Il cardinale Begnasco, arcivescovo di Genova e Presidente della Cei, a fine settembre, nella sua prolusione al Consiglio Episcopale Permanente CEI, affermava che

“Nessuno può illudersi circa lo stato di disagio o di disperazione legato alla disoccupazione o alla incertezza: la teoria della flessibilità – che può avere le sue ragioni – getta la persona in uno clima fluido e inaffidabile. Ci chiediamo: coloro che teorizzano non sono forse i primi ad essere ben sicuri sul piano del proprio lavoro e, forse, del proprio patrimonio?”

Quando parliamo di lavoro flessibile non dobbiamo pensare che l’attore coinvolto sia sempre una persona libera da ogni affetto o vincolo familiare, disposta a muoversi e a cambiare continuamente, anche professione, pur di sopravvivere: per tre mesi farà il fabbro, per altri tre il parrucchiere, e così via, fino a quando non saprà più chi è. L’estremizzazione si rende quanto mai necessaria per far comprendere davvero di cosa stiamo parlando, al di là delle teorie sulla flexsicurity e sui pilastri sui quali essa si poggia, come il life long learning. In questo continuo “cambiare”, ad esempio, come si colloca, come prende forma quell’aspetto intransitivo del lavoro ripreso spesso da san Giovanni Paolo II?

Sono domande alle quali è necessario e urgente dare delle risposte, altrimenti le persone che vivono nell’incertezza, nell’udir parlare, ad esempio, di “lamento sterile”, per utilizzare un’altra espressione evocata da mons. Santoro nella succitata intervista, percepiranno qualcosa che ha molto a che fare con un ascolto poco attento del territorio e soprattutto della loro storia. Proprio qualche giorno fa, su questo blog, è stata affrontata la condizione dei Millenials, giovani disposti a rinunciare anche ai loro diritti pur di lavorare; è stata condivisa sia la testimonianza di un calabrese, Fabio Cifuni, che per creare lavoro deve difendersi dal prepotente del luogo, fare i conti, ogni giorno, con la solitudine e la paura, sia il racconto di un italiano all’estero, Giorgio Castellacci, catapultato in nuova realtà e in nuova vita.

Quale lezione possiamo apprendere, allora, dalle testimonianze della “gente d’Appennino” per capire davvero quale direzione prendere in modo che lavorare voglia dire mettere in piedi un progetto di vita basato sulla stabilità, pur tra le tante variabili che la vita stessa porta con sè?

Dobbiamo ripartire proprio dalla riscoperta del territorio e del legame con esso per tornare a combattere, a promuovere e investire sulla valorizzazione economica di quanto il territorio offre, per creare lavoro vero, di solida consistenza, in cui sia possibile adottare condizioni di flessibilità più giuste, non più selvagge, non più sradicanti?

 

 

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