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sabato, Giugno 15, 2024

Concorso di assistente giudiziario: una fotografia dell’Italia reale

C’è un luogo in cui, in questi giorni, è possibile scattare una fotografia dell’Italia reale: la Fiera di Roma. Proprio all’interno di questa struttura immensa si stanno svolgendo le prove preselettive per accedere al concorso di assistente giudiziario. Tantissime persone si stanno via via presentando per sostenere una prova che, chissà, forse o magari, servirà ad aprire un varco su un futuro lavorativo un po’ meno incerto del presente. Nella folla accalcata sotto il sole, in attesa del fischio di partenza, migliaia e migliaia di volti visibilmente attraversati da segni di stanchezza, di paura, di smarrimento.

Uomini e donne di differente età: trentenni, quarantenni, ultra cinquantenni, a dimostrazione che, oggi, la parola disoccupazione non deve essere necessariamente seguita da quel “giovanile”, ormai ripetuto ad oltranza, senza ormai nessun significato o, peggio ancora, incapace di indignare sufficientemente e di produrre un moto sufficientemente utile per cambiare rotta e per creare occupazione. Uomini e donne, professionisti già affermati che tentano una carta che possa metterli al sicuro da possibili e futuri terremoti occupazionali o da cambiamenti della loro professione, di fronte ai quali sarebbe difficile reagire senza una adeguata e tempestiva trasformazione delle loro competenze.

Certo, la partecipazione di quest’ultimi fa diminuire le chance di coloro che tentano la prova perchè disoccupati, ma non è possibile imputare colpe o responsabilità in tal senso, in un momento in cui tutto appare precario, incerto, e in cui tutti, proprio tutti, devono poter predisporre un piano di salvataggio per il futuro. Un’Italia strana, la nostra! C’è chi corre da un posto ad un altro per sostenere più colloqui nella stessa giornata, o esami di ammissione a corsi come quello di assistente giudiziario, e c’è chi corre perchè deve svolgere più lavori, magari tutti bene retribuiti.

L’Italia a due velocità non è quella che cresce in modo differente, sempre più differente. L’Italia è a due velocità perchè c’è un mondo immobile, fatto di opportunità inaccessibili, e un mondo mobile, dove regna la precarietà e, soprattutto, una parola d’ordine: reinventarsi. Oggi sei un muratore, domani un cameriere, poi uno stagista, quasi sempre in posti diversi. Un continuo reinventarsi che non fa rima con rinnovarsi, bensì con perdersi, senza riuscire più a ritrovarsi.

Potrebbe essere la metafora del viaggio, ma il viaggio prevede comunque un ritorno a casa, ovunque questa sia, ovunque si trovi il luogo e il posto nel quale riconosciamo di essere e sentirci a casa. Lo scrittore calabrese Domenico Talia, nel libro “Itinerari Stranieri” (Calabria Letteraria Editrice, 2004), descrivendo gli emigrati italiani in Australia, annota:

“Sono alberi con le radici in Italia e le foglie in Australia. Gente che ha sofferto lo sradicamento dalla loro terra e se lo porta dietro come una ferita che non andrà più via e che si riflette nei loro ragionamenti e, inconsapevolmente, nel loro modo di vivere in un mondo che ha offerto loro grandi opportunità ma che ha la colpa di essere molto lontano  e molto diverso da quello che loro hanno dovuto lasciare. Questa colpa ai loro occhi sembra essere superiore a quella dei luoghi di origine che li hanno di fatto mandati via non offrendo loro il necessario per vivere e costringendoli a cercare un futuro per loro e per i loro figli in un luogo così remoto ed estraneo”.

“Uno su mille ce la fa”, scriveva giorni fa su facebook un candidato alla prova preselettiva del concorso di assistente giudiziario. Sarebbe bello se ce la facessimo tutti: a viaggiare, a cambiare, a rinnovarci, a tornare a casa, non un luogo dove poltrire, ma un luogo dove piantare le nostre radici, dove produrre frutti e guardare al futuro con meno ansia e più speranza.

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