Posted On luglio 17, 2017 By In Lavoro, Politica, Società With 74 Views

Un occhio sempre più vivo per la Mission di The Job Enquirer

In un tempo in cui non c’è spazio per le nostalgie ( qualunque origine esse abbiano), il cui unico scopo è quello di non chiudere con il passato, intrappolando ancora di più il presente nell’ipocrisia e nella paura del cambiamento, The Job Enquirer, a pochi giorni dal suo primo anniversario, rilancia la sua mission con un occhio sempre più vivo.

Tutto questo per continuare ad offrire uno strumento, come è stato definito da alcuni fedeli lettori, “fondato su una informazione libera, pluralista, costruttiva, senza condizionamenti, fatta di punti di vista fuori da ogni schema preconfezionato”. Il riconoscimento positivo dei lettori del blog, oltre ad essere l’incoraggiamento più significativo, impone di rispondere con ancora più fedeltà all’impegno assunto un anno fa, ma che in realtà viene da molto lontano.

Tante le sfide aperte nel mondo del lavoro, tanti i cambiamenti in corso, seppure tutto appaia quasi immobile. In realtà, cosa sta cambiando? Cosa, invece, risulta impermeabile al cambiamento? Il punto cruciale è proprio questo. Nel mondo del lavoro, probabilmente, si stanno ribaltando alcune posizioni, mentre molta sostanza continua a rimanere immutata. Prendiamo, ad esempio, la questione del posto fisso. Al lavoratore dipendente viene chiarito e ricordato ogni giorno, in nome della flessibilità, che il posto fisso non esiste più, laddove il termine “fisso” è da ricondurre ad un desiderio e ad un bisogno di stabilità, non altro.

Ebbene, il termine “fisso”, inteso come stabilità, come “poter contare sempre su….”, come possibilità di pianificazione del tempo a disposizione, è stato totalmente bandito dal vocabolario del lavoro oppure è stato semplicemente trasferito nel campo di un altro soggetto, quello del datore di lavoro? Se è vero che per lavorare, oggi, è possibile che ti venga chiesto di consegnare la tua vita, perchè non ci sono orari, perchè le esigenze dell’azienda vengono prima della famiglia, mentre dietro di te molti pezzi di vita si infrangono, non vuol dire che la stabilità non più concessa al dipendente sia diventata una prerogativa di chi offre un lavoro?

Poter contare 24 ore su 24 sulla disponibilità di una persona, sulla totale abnegazione, non vuol dire forse stabilità o garanzia di stabilità per l’impresa? Non vuol dire, forse, avere dei dipendenti “fissati” su un obiettivo fino al suo raggiungimento e oltre? Quale potrebbe essere il punto di incontro o di svolta perchè questo conflitto possa essere sanato in maniera proporzionale rispetto a chi investe maggiormente, e comunque nell’interesse (non solo economico) di tutti i soggetti del lavoro?

E ancora. Si parla molto di reddito di cittadinanza e verrebbe da domandarsi: quale futuro di sviluppo può attenderci se il traguardo da raggiungere si traduce in un aiuto assistenzialista? La domanda, va precisato, non ignora i dati terribile sulla povertà assoluta e relativa, certificati nel report 2016 dell’Istat, pubblicato il 13 luglio scorso.

Don Luigi Sturzo identificava tre malebestie nell’assistenzialismo, nella partitocrazia e nello sperpero del denaro pubblico. Cos’è cambiato dai tempi in cui Sturzo denunciava questo malessere nel Paese? Quanto la vita del nostro Paese, anche per quanto riguarda il mondo del lavoro, è ancora condizionata da questi mostri? Quanto la politica, intesa, ad errore, come potere assoluto, sebbene in crisi, invadendo spudoratamente ogni campo della collettività, continua a costituire un freno, piuttosto che un acceleratore, verso il raggiungimento del bene comune?

Non è un freno quello imposto da una politica che non vede, non sa e non vuole decidere, che promette una carezza, un sollievo con un aiuto di Stato, mentre allo stesso tempo tira un gancio destro e sinistro che intontisce a tal punto da far perdere di vista che l’uomo per essere libero ha bisogno anche di lavorare? Di lavorare, sia chiaro, non di essere mantenuto, per mantenere, a sua volta, qualcuno al potere?

Cosa dire in merito al sindacato? Chi può affermare con certezza che nel corso del tempo sia stata esclusivamente la dirigenza del sindacato ad influenzare la base, ossia il popolo dei tesserati, e non la base a prestare il fianco ad una possibile deriva di autoreferenzialità dell’istituzione stessa? Ce la faranno la lungimiranza ed il coraggio delle nuove leve della dirigenza, e non solo, a rinnovarne la missione?

E noi, che parte abbiamo in tutto questo? Può un finto coltivatore diretto, un falso invalido, chiamare bugiardo e ladro un politico che cade nella rete della corruzione? Può un datore di lavoro accusare i politici di vigliaccheria mentre egli stesso, inviando i suoi dipendenti a sversare veleni chissà dove, eleva all’ennesima potenza la sua, salvo poi partecipare alle numerose riunioni a favore dello sviluppo del Sud Italia? Ebbene sì, non si ricicla solo il denaro, ma anche l’immagine.

Può chi non si mette in gioco tacciare di incompetenza chi prova comunque a costruire qualcosa?

Sempre don Luigi Sturzo scriveva che “Non si possono attuare grandi riforme sociali se non in clima di libertà, con reale senso di moralità pubblica, in un’economia che si risana e in una struttura statale ferma, agile e responsabile”.

Non c’è più tempo da perdere. La battaglia non è solo contro una esclusione sociale che allarga le sue maglie con una velocità che fa quasi paura, ma contro quella ideologia che insidia l’importanza della presenza e della funzione delle istituzioni e che favorisce la perdita del senso di responsabilità che ognuno di noi deve nutrire nei confronti della sua città e del suo Paese.

Non rimane che mettersi a lavoro, anzi, ancora di più in gioco, perchè il meglio deve ancora venire.

Occhio vivo!

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La mia quasi ventennale esperienza lavorativa riguarda l'ambito amministrativo-commerciale, ma da sempre coltivo l'amore per la scrittura. Nel 2014 ho pubblicato un volume sul tema del lavoro "Alziamo il tiro. Un corpo a corpo con la Rerum Novarum, tra i falsi rimedi di ieri e di oggi". Amo la conoscenza e cerco di combattere l'ignoranza: la mia e quella degli altri.

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