Posted On agosto 28, 2016 By In Lavoro, Società With 93 Views

Per una ricostruzione responsabile

I momenti in cui osservare un rigoroso silenzio possono essere tanti. I funerali delle vittime del terremoto avrebbero potuto essere un’ occasione per mettere in pratica questa regola dettata da pietà e buon senso, eppure la retorica e le strumentalizzazioni hanno prevalso, ancora una volta, su tutto il resto: sul dolore, sui problemi veri, sul presente e sul futuro di chi appartiene a quei luoghi martoriati, sull’importanza di una ricostruzione responsabile. Ancora una volta è stato stilato l’elenco dei carnefici e delle vittime, ed è chiaro che chi ha compiuto l’opera di definizione di entrambi i gironi si è automaticamente inserito in quello delle vittime.

La massima “tutti colpevoli, nessun colpevole” non può e non deve funzionare; anzi, in casi come questo, al netto dell’entità del sisma, esiste una precisa responsabilità personale da accertare in merito al crollo degli edifici, un peccato personale che non può nè confondersi insieme alla miriade di altre responsabilità mancate nè perdere di contenuto fino ad evaporare nel nulla.

In queste ore iniziano ad emergere riflessioni sul Nuovo Codice degli Appalti, sulla figura e il ruolo dei collaudatori, sulle misure antisismiche; cresce l’ipotesi di un’indagine in merito alle modalità adottate per l’edificazione dei palazzi, all’utilizzo dei materiali impiegati ( più sabbia che cemento?). Tutto questo ricorda quanto abbiamo vissuto in occasione del drammatico terremoto de L’Aquila, e non solo.

Anche se c’è chi vuol far finta che le cose stiano in altri termini, è giusto ricordare che in qualunque settore lavorativo esistono delle mansioni e delle responsabilità ben definite, comunque collegate tra di loro, che influiscono e condizionano quello che sarà il prodotto finale. Nel caso specifico del settore delle costruzioni, ad esempio, è evidente che, qualora venissero riscontrate delle “irregolarità” nell’edificazione dei palazzi crollati nei luoghi colpiti dal terremoto, sarebbe necessario chiamare in causa non solo l’imprenditore o il collaudatore, che simbolicamente costituiscono il punto di partenza e la conclusione di un progetto, bensì tutti i lavoratori che hanno messo mano, nel vero senso del termine, alla realizzazione di determinate edifici.

Il muratore chiamato in causa potrebbe rispondere: “Mi hanno detto di fare in quel modo e io ho eseguito un ordine”. Chi ha dato l’ordine potrebbe rispondere che quell’ordine rappresentava l’unica possibilità per l’impresa di rientrare nei costi del progetto. Il collaudatore….beh, come è facile intuire, l’intera catena di montaggio è ricca di anelli deboli. Ognuno degli attori avrebbe delle “giustificazioni” da presentare, ma nonostante tutto una domanda si impone ugualmente: e la dignità del lavoro che fine fa? Politici, sindacalisti, uomini delle istituzioni ripetono continuamente che occorre ridare dignità al lavoro, ma come è possibile che ciò avvenga se non si riconosce più la dignità della persona?

I peccati sociali, ci ricorda San Giovanni Paolo II, “sono il frutto, l’accumulazione e la concentrazione di molti peccati personali. Si tratta dei personalissimi peccati di chi genera o favorisce l’iniquità o la sfrutta; di chi, potendo fare qualcosa per evitare, o eliminare, o almeno limitare certi mali sociali, omette di farlo per pigrizia, per paura e omertà, per mascherata complicità o per indifferenza; di chi cerca rifugio nella presunta impossibilità di cambiare il
mondo; e anche di chi pretende estraniarsi dalla fatica e dal sacrificio, accampando speciose ragioni di ordine superiore. Le vere responsabilità, dunque, sono delle persone. Il peccato, in senso vero e proprio, è sempre un atto della persona, perché è un atto di libertà di un singolo uomo, e non propriamente di un gruppo o di una comunità”.

Perchè il presente si differenzi davvero dal passato, perchè lo scenario del “tutti colpevoli, nessun colpevole” non abbia a concretizzarsi, è necessario che ognuno interpelli la propria coscienza e risponda delle proprie azioni, per dare il via, finalmente, ad una ricostruzione che sia davvero responsabile.

 

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La mia quasi ventennale esperienza lavorativa riguarda l'ambito amministrativo-commerciale, ma da sempre coltivo l'amore per la scrittura. Nel 2014 ho pubblicato un volume sul tema del lavoro "Alziamo il tiro. Un corpo a corpo con la Rerum Novarum, tra i falsi rimedi di ieri e di oggi". Amo la conoscenza e cerco di combattere l'ignoranza: la mia e quella degli altri.

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