Posted On aprile 9, 2017 By In Lavoro, Società With 78 Views

Non chiamateli disoccupati

Esiste un identikit dei disoccupati, che vada oltre i soliti indici delle fasce d’età, del titolo di studio, della provenienza territoriale? In che modo possiamo pensare correttamente ai disoccupati se non riusciamo ad andare oltre determinati cliché? Per far questo, per superare l’asticella del pensiero comodo, non servono lauree o master, ma un occhio attento, talmente attento da captare che, probabilmente, non esiste un termine meno appropriato e immeritato di “disoccupato” per indicare le persone che hanno perso il lavoro e sono in cerca di una nuova occupazione.

Da diversi anni, ad esempio, il termine disabile è stato sostituito da “diversamente abile”. Qualcuno ha provato a spiegare questa scelta bollandola come un inno al politically correct, ma non è questo il punto. La scelta, qualunque sia l’interpretazione che le si voglia attribuire, è utile per evidenziare che la persona con disabilità non è totalmente incapace di compiere gesti, di fare attività, ma ha talmente tanti altri talenti da spendere, che nessuno può avocarsi il diritto di bollarla come persona “out”, inutile, e così via. Un neologismo che non risolve i problemi di chi vive una determinata condizione, che non cambia la realtà, ma che aiuta l’altro a collocare la persona al centro di questa, anzitutto per la propria dignità e successivamente, solo successivamente, per le attività che può compiere.

Applicare il politically correct (se di questo si tratta) anche alla parola disoccupato, dare vita all’ennesimo neologismo del “diversamente occupato”, è un azzardo? E’ una fatica inutile? Uno spreco di tempo? Una questione di lana caprina? Proviamo a capire.

Chi non svolge un’occupazione retribuita è un nullafacente? E’ qualcuno che non è occupato in qualcos’altro, fosse soltanto la ricerca di un lavoro, che poi è un lavoro? Assolutamente no. Chi deve rimettere in piedi la propria vita professionale non conosce riposo, giorno festivo, limiti di orario, al contrario di come, in maniera quasi rozza, lo storico e sociologo Giorgio Campanini ha affermato dalle colonne di Avvenire, qualche tempo fa.

Secondo Campanini, infatti, la nostra è “una società in cui non manca, in realtà, il lavoro, ma quel lavoro che molti vorrebbero e che invece non è e non può essere di tutti: un lavoro di breve durata, ben pagato, poco faticoso, con molti giorni di ferie, tranquillo e distensivo; quel lavoro al quale guardano – stando a numerose rilevazioni statistiche – le giovani generazioni, con i due ‘modelli’ maschili del cantante e del calciatore e femminili delle ‘veline’ e delle modelle…”.

Quanti giovani e adulti, ufficialmente disoccupati, sono in realtà occupati! Quanti di loro arricchiscono tante iniziative, progetti, con i loro talenti, il loro tempo, la loro professionalità, pur essendo questo contributo considerato ingiustamente volontariato! Peccato che questo aspetto venga spesso tralasciato, mentre meriterebbe un’ampia riflessione, dal momento che nessuna istituzione è al sicuro da questa deriva.

Al netto di questa considerazione, possiamo renderci conto di un dato: dire disoccupati e diversamente occupati può aiutare a non generalizzare, a non etichettare, a fare la differenza per chi vive una tale condizione e per chi si rapporta con essa. Soprattutto oggi, nel particolare momento storico che attraversiamo, in cui la disoccupazione giovanile ha toccato la soglia del 40%.

Alberto Moravia, nei Nuovi racconti romani, 1959, scriveva che: “La disoccupazione è una cosa per il disoccupato e un’altra per l’occupato. Per il disoccupato è come una malattia da cui deve guarire al più presto, altrimenti muore; per l’occupato è una malattia che gira e che deve stare attento a non prenderla se non vuole ammalarsi anche lui”.

Appunto, la disoccupazione come una malattia, come una disabilità. Di disoccupazione non si può e non si deve morire, nè fisicamente nè spiritualmente. Per questo i disoccupati non devono percepire il loro stato come un limite definitivo, anche se questa non è una richiesta semplice.

La disoccupazione non è la vita in stand by e questa riflessione, ovviamente, vale per chi è contrario ad ogni forma di assistenzialismo o di ozio, di assenteismo dalla propria responsabilità sociale. Tutte forme alle quali possono aderire anche coloro che sono ufficialmente occupati (vedi i furbetti del cartellino denunciati e reintegrati a lavoro). Tuttavia la disoccupazione è qualcosa con cui dobbiamo fare i conti, non vi è dubbio. Il modo con cui decidiamo di affrontarla, però, può fare davvero la differenza, per iniettare fiducia e ripartire.

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La mia quasi ventennale esperienza lavorativa riguarda l'ambito amministrativo-commerciale, ma da sempre coltivo l'amore per la scrittura. Nel 2014 ho pubblicato un volume sul tema del lavoro "Alziamo il tiro. Un corpo a corpo con la Rerum Novarum, tra i falsi rimedi di ieri e di oggi". Amo la conoscenza e cerco di combattere l'ignoranza: la mia e quella degli altri.

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