Posted On ottobre 13, 2016 By In Economia, Lavoro, Società With 58 Views

Millennials: occupazione vs. diritto? Un affare poco redditizio per il Paese

Perchè ciò che deve essere riconosciuto in quanto diritto, accettiamo che ci venga elargito come dono o concessione, e ciò che è un dono, perché davvero gratuito, lo pretendiamo come se fosse un diritto?

Nelle relazioni amicali, ad esempio, tendiamo a misurare sia quanto doniamo sia quanto riceviamo. Quanti malumori derivano dal constatare che, in molti casi, ciò che diamo non è sempre riconosciuto o ricambiato con lo stesso slancio! Nelle relazioni lavorative, invece, quello che dovremmo richiedere con energia, in quanto diritto riconosciuto e tutelato dalla nostra Costituzione, spesso lo ignoriamo totalmente o parzialmente. Il verbo ignorare non riguarda semplicemente la mancata conoscenza, bensì una stanca ed ingiustificata trascuranza che va contro il nostro interesse e quello della comunità.

Questo, ovviamente, gioca a sfavore del lavoro e del lavoratore. Colui, infatti, che è non consapevole dei suoi diritti, derivanti anzitutto dal suo essere uomo e “anteriore allo Stato” (avrebbe aggiunto Leone XIII), non può rivendicarli e, senza questa rivendicazione, non può difendere la sua dignità di uomo e di lavoratore.

Dai risultati dell’indagine ”Avere vent’anni e pensare al futuro”, compiuta nell’ambito del progetto “Job to Go, il lavoro svolta!” realizzato dalle Acli di Roma e dalla Cisl di Roma Capitale e Rieti, apprendiamo che i sentimenti che i giovani intervistati ( un campione di 1000 partecipanti di età compresa tra i 16-29 anni) associano al futuro sono: la speranza (per il 61,3{cbd9c1faeba5711866380b8c9dfc181d05577eef0adb5294792d39edd3158544}), la confusione (36{cbd9c1faeba5711866380b8c9dfc181d05577eef0adb5294792d39edd3158544}), la precarietà (26,6{cbd9c1faeba5711866380b8c9dfc181d05577eef0adb5294792d39edd3158544}) e l’angoscia (26,3{cbd9c1faeba5711866380b8c9dfc181d05577eef0adb5294792d39edd3158544}).

Anche se dai dati prevale la speranza, paradossalmente non è questa che condiziona maggiormente l’approccio dei Millennials con il futuro e il lavoro, bensì lo stato di insicurezza. Il 65{cbd9c1faeba5711866380b8c9dfc181d05577eef0adb5294792d39edd3158544} del campione intervistato dichiara, infatti, di essere disposto a rinunciare a contratti regolari e diritti del lavoro in cambio di una qualunque occupazione. E’ quanto mai allarmante pensare che diritti fondamentali come indennità di malattia, ferie, maternità possano essere quasi interpretati come degli ostacoli nella ricerca e nell’ottenimento di un lavoro. Eppure i dati parlano chiaro, la carta canta, anche se la sinfonia che si ode è oltremodo stonata.

Una prospettiva deludente e preoccupante quella che si apre davanti a noi. La parola più temibile è “rinuncia” perchè in quella rinuncia ci sono mille altre rinunce. La rinuncia rischia di diventare quasi un atteggiamento culturale, tanto che, se ci guardiamo attorno, possiamo accorgerci di quanti altri sintomi sono presenti in tal senso nella nostra società. Osserviamo per un attimo il mondo delle casalinghe, delle mamme in genere, anche lavoratrici.

Le vediamo correre da un supermercato all’altro alla ricerca dei prodotti più convenienti e degli sconti migliori. Per venire incontro alle loro esigenze, oggi sono disponibili delle App che individuano, in tempo reale,  dove sia possibile acquistare un articolo al minor prezzo. Insomma, la parola d’ordine è: scegliere ciò che costa di meno. Facile capire le motivazioni! Prima fra tutte quella di far quadrare i conti a fine mese e sopravvivere.

Pur di mantenere o di trovare un lavoro siamo disposti a giocare al ribasso; per scegliere ciò che costa di meno ci stiamo sempre più abituando a cercare ciò che costa di meno, anche se in ballo non c’è solo la spesa da fare. E’ poco ciò che si dà o ciò che si riceve? Non importa, ciò che conta è che sia conveniente per entrambi.

Giocare al ribasso, cercare ciò che costa di meno non sono atteggiamenti destinati, alla lunga, a tradursi in un debole esercizio della nostra responsabilità, dei nostri doveri, in una pericolosa pigrizia, che non può che colpire a morte la società in cui viviamo? Va da sé che alimentare una mentalità del genere vuol dire semplicemente spingere l’umanità verso un declino irreversibile. Va da sé che tutto questo è semplicemente uno scenario da film horror o qualcosa di più.

Quanto sta accadendo nel mondo dei Millennials non va studiato come un fenomeno a sé stante, è il frutto che affiora da un terreno sul quale, evidentemente, non è stato piantato buon seme. Certo, con il senno di poi tutto potrebbe essere corretto, ma sappiamo che indietro non si torna.

Il punto vero è che l’Italia non può diventare un Paese di rinunciatari a prescindere o di giocatori che si accontentano di pareggiare, di rimanere in fondo alla classifica, pur di non “uscire” dal campionato di calcio. La palla va calciata con decisione se vogliamo fare goal, se vogliamo che il nostro tiro arrivi diritto in porta. Per arrivare vicino alla porta, però, non dimentichiamo che abbiamo bisogno di tutte e due le nostre gambe, ossia, dei diritti e dei doveri. Tra questi ultimi la continua formazione per una migliore competenza.

Difendere ciò che è un diritto fondamentale, anche in vista della eredità da lasciare alle generazioni future, rientra “di diritto” nelle nostre responsabilità, è il calcio che decide il risultato della partita che deve giocare il nostro Paese.

 

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La mia quasi ventennale esperienza lavorativa riguarda l'ambito amministrativo-commerciale, ma da sempre coltivo l'amore per la scrittura. Nel 2014 ho pubblicato un volume sul tema del lavoro "Alziamo il tiro. Un corpo a corpo con la Rerum Novarum, tra i falsi rimedi di ieri e di oggi". Amo la conoscenza e cerco di combattere l'ignoranza: la mia e quella degli altri.

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