Posted On Dicembre 1, 2016 By In Lavoro, Sviluppo With 375 Views

L’Italia e la “sindrome del Palio”

Il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, in occasione della presentazione del Rapporto Italia 2016, ha spiegato che l’Italia soffre della sindrome del Palio di Siena, “la cui regola principale è quella di impedire all’avversario di vincere, prima ancora di impegnarsi a vincere in prima persona”. Sono trascorsi mesi dalla presentazione del documento ma si ha come la sensazione che l’importanza di questo passaggio sia stata trascurata, che queste parole siano state considerate poco più di una semplice premessa, mentre è chiaro che la sconfitta di questa sindrome è quasi una conditio sine qua non perchè l’Italia possa tornare a crescere.

Per indicare la difficoltà ad essere riconosciuti meritoriamente nella propria terra usiamo comunemente l’espressione “nemo propheta in patria”,  ma la sindrome del Palio ci aiuta ad approfondire il problema, a fare i conti con le nostre responsabilità, o meglio, con le nostre pochezze.

Approfondiamo ancora meglio, attraverso le parole del Presidente Eurispes, cosa implica l’essere affetti da questa sindrome:

l’invidia e la gelosia, se volte in positivo, diventano il propellente indispensabile alla crescita e allo sviluppo. Stimolano la concorrenza nel mercato privato; spingono a comportamenti più virtuosi, apprezzabili e spendibili sul piano del ruolo e dell’immagine, nel pubblico. Di fatto, nel nostro Paese ciò non accade. Invidia e gelosia si traducono in rancore e denigrazione. Odiamo e denigriamo il nostro vicino più bravo e, invece di impegnarci per raggiungere risultati migliori e superarlo in creatività, efficienza e capacità, spendiamo le nostre migliori energie per combatterlo, per mortificarne i successi, per ostacolarne o addirittura bloccarne il cammino. Insomma un vero e proprio “spreco di potenza”, una filosofia del contro invece che del per”.

Un bel guaio questa sindrome! Come la mettiamo? Alla luce di questo problema reale non possiamo che porci una domanda: quando parliamo di solidarietà, a cosa ci riferiamo esattamente? Ad un sentimento di superficiale  compassione per l’altro che è in difficoltà, ad una ferma e responsabile determinazione di impegnarsi per il bene di tutti e di ciascuno, oppure, al corporativismo, inteso come politica rivendicativa ristretta e settoriale seguita da diverse associazioni?

Ogni giorno il dibatitto pubblico si arricchisce di analisi su come aiutare i giovani a costruire il loro futuro lavorativo, ma quanti, adulti o addirittura coetanei stessi, spezzano i loro sogni ancor prima che essi possano mettere mano ai loro progetti? Sostenere i sogni dell’altro non vuol dire necessariamente fare complimenti, ma semplicemnte esserci, dare consigli, mettere in guardia. Quanti consigli vengono offerti a denti stretti? Quante volte la domanda “Come devo fare?” non trova una risposta adeguata? Perchè la risposta più quotata è “accontentati di ciò che hai” oppure “lascia perdere”?

A cosa corrisponde quel “ciò che si ha”? Per non lasciarsi intimorire da questa affermazione bisognerebbe sapere se chi accolla agli altri una tale zavorra si sia accontentato di ciò che aveva o se non abbia addirittura fatto carte false per essere ciò che è oggi, giovane o adulto che sia. La verità viene detta parzialmente, è bene sempre avere una riserva in più per noi stessi. Questa è la solidarietà di cui siamo capaci?

Non ci sono risorse sufficienti per tutti? No, la verità è un’altra. La verità è che non c’è spazio per tutti, perchè chi dice all’altro “accontentati di ciò che hai” è in realtà colui che, giovane o adulto che sia (non esiste in tal senso un problema generazionale), non ne ha mai abbastanza e vuole occupare sempre più spazi o utilizzare senza giustizia le risorse a disposizione.

Anche i lavori della prossima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani dovrebbero tener conto della “sindrome del Palio”, altrimenti il rischio è che i problemi legati allo sviluppo e al mondo del lavoro vengano trattati in modo non esaustivo.  Il termine solidale ricorre addirittura nel tema dell’evento. Non si scappa, dunque.

In questi anni si è parlato molto di rottamazione. Sarebbe importante riuscire a rottamare questa sindrome che ha trovato alloggio comodo nel nostro Paese e che rischia di silenziare pericolosamente i veri talenti di cui l’Italia ha bisogno per tornare a crescere.

 

 

 

 

 

 

 

 

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La mia quasi ventennale esperienza lavorativa riguarda l'ambito amministrativo-commerciale, ma da sempre coltivo l'amore per la scrittura. Nel 2014 ho pubblicato un volume sul tema del lavoro "Alziamo il tiro. Un corpo a corpo con la Rerum Novarum, tra i falsi rimedi di ieri e di oggi". Amo la conoscenza e cerco di combattere l'ignoranza: la mia e quella degli altri.

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