Posted On ottobre 26, 2018 By In Lavoro With 143 Views

Lavoro e Settimana sociale di Cagliari: un capitolo ancora aperto

È già trascorso un anno dalla 48° Settimana Sociale dei cattolici italiani, svoltasi a Cagliari, il cui tema di fondo “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale” era stato ispirato e tratto da un paragrafo dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco, il paragrafo 192, che recita come segue:

«Desideriamo però ancora di più, il nostro sogno vola più alto. Non parliamo solamente di assicurare a tutti il cibo, o un “decoroso sostentamento”, ma che possano avere “prosperità nei suoi molteplici aspetti”. Questo implica educazione, accesso all’assistenza sanitaria, e specialmente lavoro, perché nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita. Il giusto salario permette l’accesso adeguato agli altri beni che sono destinati all’uso comune».

Cos’è successo lungo questo anno nel mondo del lavoro? Se ci soffermiamo sui dati, e non sulle percezioni, non possiamo che fare riferimento ai dati di agosto 2018 dell’Osservatorio sul precariato che l’INPS ha pubblicato il 19 ottobre scorso.

In sintesi leggiamo che: nel settore privato, nel periodo gennaio-agosto 2018, le assunzioni sono state 5.045.926, in aumento del 7% rispetto allo stesso periodo del precedente anno. In crescita risultano tutte le componenti: contratti a tempo indeterminato +3,1%, contratti a tempo determinato +6,5%, contratti di apprendistato +12,5%, contratti stagionali +4,1%, contratti in somministrazione +12,3% e contratti intermittenti +7,3%. Nei primi otto mesi dell’anno confermato l’aumento delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (+119.475), che registrano un forte incremento rispetto al periodo gennaio-agosto 2017 (+62,5%). Le cessazioni sono state 4.160.178, in aumento rispetto all’anno precedente (+10,5%): a crescere sono le cessazioni di tutte le tipologie di rapporti a termine, soprattutto contratti intermittenti e in somministrazione, mentre diminuiscono quelle dei rapporti a tempo indeterminato (-3,7%). Nei primi otto mesi del 2018 sono stati incentivati 78.287 rapporti di lavoro con i benefici previsti dall’esonero triennale strutturale per le attivazioni di contratti a tempo indeterminato di giovani: 42.148 riferiti ad assunzioni e 36.139 relativi a trasformazioni a tempo indeterminato. (Fonte Dottrina per il lavoro )

“Cosa” ci consegnano in realtà questi dati (che attraversano un arco temporale caratterizzato da fasi politiche differenti del nostro Paese?) e quali domande possiamo porci?

Lo abbiamo chiesto al prof. Flavio Felice, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università del Molise, presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton e componente del Comitato Scientifico e Organizzatore della Settimana Sociale di Cagliari:

Appare evidente che i problemi che sconta l’Italia non siano riconducibili meccanicamente a questa o a quella politica economica, a questo o a quel governo. La crisi del nostro Paese appare sempre più una crisi di sistema che ne evidenzia in primo luogo il declino in termini politici, economici e culturali, ancor prima che una inadeguatezza delle politiche economiche che tuttavia contribuisce al declino, ma più come corollario che come causa primaria. Un senso di stanchezza, di appagamento, di sciatteria istituzionale sembrano comprimere anche le iniziative più audaci, interessanti e innovative, le quali appaiono frustrate dal clima generale presente nel Paese che mostra una scarsa fiducia nel futuro. Tutto ciò riguarda ciascuno di noi, accademici, imprenditori, politici, operatori sociali, giovani e meno giovani, sebbene colpisca con estrema durezza in primis le nuove generazioni che dovrebbero affacciarsi al mondo del lavoro e invece ritardano sempre più l’ingresso, rischiando di mancare per sempre questo appuntamento. Tutto ciò significa non poter usufruire delle condizioni che fanno di un uomo un cittadino sovrano, capace di disporre della propria forza, del proprio potenziale, in modo creativo e maturo. Di essere il primo protagonista del proprio destino e di contribuire fraternamente anche alla realizzazione del destino altrui, di coloro che la provvidenza gli ha messo accanto. Ritardare a quell’appuntamento, se non perderlo, significa anche dover rinunciare ad esercitare la condizione di sovrano, la quale si caratterizza per l’esercizio del potere: “autopossesso, autodominio, autodeterminazione” ossia la capacità di disporre della propria forza, e finire per consegnarsi alla sovranità altrui e non poter contribuire al bene comune.

In primo luogo, dunque, dovremmo interrogarci sulle ragioni della scarsità di lavoro e sulla sua cattiva qualità, cogliendo proprio nella simultaneità dei problemi, ovvero nella doppia lama della quantità e della qualità del lavoro il carattere più preoccupante che rinvia ad altri ben più specifici interrogativi: come mai nonostante l’enorme ricchezza materiale e culturale di cui disponiamo non riusciamo a creare occasioni di lavoro per tutti? È questo un interrogativo che rinvia agli albori della scienza economica, allorché Adamo Smith s’interrogò sulla natura e sulla causa della ricchezza delle nazioni, rispondendo a questa domanda mediante il ricorso al concetto di “produttività del lavoro”; non un lavoro qualsiasi, ma un lavoro qualitativamente significativo, in grado di consentire una vita decente del lavoratore e il suo affrancamento dalla “società servile” del tempo. Una società servile che riemerge nei nostri tempi sotto la forma preoccupante di un “neo feudalesimo” che garantisce nuove rendite di posizione, attraverso lo sfruttamento della maggioranza da parte di potenti oligarchiche.

Un’ulteriore domanda che ci dovremmo porre interessa il da farsi sul piano della politica (scelte strategiche) e delle policies (soluzioni normative-organizzative) per mettere realmente al centro dell’impegno comune il lavoro. È questo il grande tema della “via istituzionale della carità”, per citare l’espressione con la quale il Papa emerito Benedetto XVI definisce la politica stessa, una via indiretta della solidarietà che, mediante l’edificazione di istituzioni di uomini per altri uomini, mira a rispondere concretamente alle esigenze del vivere associato.

Per questa ragione, dar vita ad istituzioni qualitativamente inclusive dovrebbe rappresentare il compito principale per chiunque sia interessato all’impegno politico. Sotto il profilo qualitativo, e istituzioni possono essere sostanzialmente di due tipi: “inclusive” e “estrattive”. Le seconde: “estrattive”, comportano una realtà sociale fondata sullo sfruttamento della popolazione e sulla creazione di monopoli, riducendo gli incentivi e la capacità di iniziativa economica della maggior parte della popolazione. Le prime: “inclusive”, sono quelle che permettono, incoraggiano e favoriscono la partecipazione del maggior numero possibile di persone, al fine di canalizzare nel modo migliore i talenti e le abilità, permettendo a ciascuno di realizzare il proprio progetto di vita.

Un’altra domanda che ci poniamo è la seguente: a cosa serve la crescita economica se non coinvolge e non valorizza gli uomini e le donne? Si tratta del tema già analizzato da Paolo VI nella Populorum Progressio, da Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis, da Benedetto XVI nella Caritas in veritate e da Francesco nella Evangelii gaudium: lo sviluppo è irriducibile alla mera crescita economica. Ciò significa riconoscere il primato e la centralità ontologica, epistemologica e morale della persona e un’idea di istituzioni politiche, economiche e culturali, tra le quali il mercato, la cui cifra morale è data dalla prospettiva antropologica espressa da coloro che in esse operano. In pratica, significa ammettere che si possa dare una crescita senza sviluppo, perché, come afferma l’economista Marco Vitale, esiste un profitto di monopolio, un profitto di guerra; perché esiste il profitto di chi pretende di raccogliere senza aver prima seminato, di chi si approfitta delle strette relazioni con il potere, di chi devasta la terra, di chi traffica in droga e in armi; perché esiste un profitto di chi consuma in modo dissennato le ricchezze prodotte dalle generazioni precedenti e di chi scarica i costi del presente sulle generazioni future. In definitiva, affrancati dall’insano fuoco dell’ideologia, perché esistono persone che operano in politica come in economia e in qualsiasi altro ambito del vivere civile mosse dall’irresponsabile proposizione “ad ogni costo e a qualsiasi prezzo”.

Un ulteriore problema riguarda il perché la ricchezza si concentra sempre di più, mentre il lavoro viene remunerato sempre meno, soprattutto quando la ricchezza interessa campi dell’economia dove si richiedono competenze e conoscenze sempre nuove e straordinarie, mentre spesso il lavoratore è sclerotizzato e inevitabilmente compresso nelle scarne conoscenze della sua approssimativa formazione oppure vincolato in un contesto economico-produttivo maturo, vecchio immobile.

Partiamo dal presupposto che il lavoro esprime una dimensione fondamentale della vita umana, in quanto la povertà non è determinata tanto dalla quantità di denaro disponibile, quanto dal fatto di essere esclusi dalle reti di produttività e di scambio. Ne consegue che la ricchezza di un Paese, oltre che dalle risorse naturali disponibili dipende moltissimo da idee, attitudini imprenditoriali, competenze, creatività umana, da un lato, e, dall’altro, dalla cornice istituzionale, ovvero, dalla capacità di quest’ultima di dar vita a processi di integrazione/inclusione dei singoli e delle formazioni sociali nelle reti nazionali e globali di produttività e di scambio

La disoccupazione (unitamente allo sfruttamento del lavoro) rappresenta, dunque, una delle conseguenze dell’esclusione delle persone dalle reti di produttività e di scambio. Essa, da un lato, lede la dignità umana e, dall’altro, crea occasioni di sfruttamento delle persone ed impedisce un autentico sviluppo umano integrale, con grave danno per la ricchezza della nazione.

Occorre promuovere una vera e propria cultura della legalità attraverso interventi a difesa della libertà di intrapresa (concorrenza, lotta alla corruzione, riduzione dei conflitti di interesse), tesi a remunerare l’imprenditorialità produttiva e a disincentivare l’imprenditorialità improduttiva e predatoria.

Dunque, rimane ancora molto da fare e Su questo fronte le istituzioni pubbliche e della Chiesa possono fare molto, sia direttamente, promuovendo un dibattito serio su questi temi, organizzando corsi di formazione integrativi e dando vita a progetti di formazione in collaborazione con le principali business school del Paese, sia indirettamente, supportando la creazione di reti di imprese interessati a diffondere sul territorio una nuova mentalità e un rinnovato spirito imprenditoriale fondato sul riconoscimento del valore della concorrenza, dell’innovazione e del valore del contributo di ciascuno. 

 

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La mia quasi ventennale esperienza lavorativa riguarda l'ambito amministrativo-commerciale, ma da sempre coltivo l'amore per la scrittura. Nel 2014 ho pubblicato un volume sul tema del lavoro "Alziamo il tiro. Un corpo a corpo con la Rerum Novarum, tra i falsi rimedi di ieri e di oggi". Amo la conoscenza e cerco di combattere l'ignoranza: la mia e quella degli altri.

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