Posted On aprile 10, 2018 By In Burocrazia, Impresa, Lavoro With 127 Views

Trasformazioni del lavoro: il contratto è tempo

“Bisogna diffondere una nuova cultura del lavoro. Il lavoro deve essere interpretato come un fattore di qualità, lavora chi è motivato ed ha la capacità di integrarsi, bisogna debellare il nepotismo”. La dichiarazione di Michele Amoroso, Consigliere Assolavoro, rilasciata in occasione del Convegno “Dove va il lavoro?  Agevolazioni, servizi e nuove sfide per le imprese e per il sistema Paese. Il ruolo delle Agenzie per il Lavoro”, tenutosi lo scorso giugno a Napoli, consente di catturare per un attimo una nota insidiosa che da troppo tempo si libra nell’aria come foriera di un suono nuovo. E’ opportuno, infatti, parlare di una nuova cultura del lavoro? Cosa vuol dire che il contratto è tempo e non, come comunemente viene definito, a tempo, determinato o meno che sia?

Anche dalle colonne di questo blog, nel salutare l’anno 2017, venne utilizzata l’ espressione “nuova cultura del lavoro”! Liberi e forti per una nuova cultura del lavoro fu il titolo scelto, anche se, nel contenuto del post, vivo e dettagliato fu il richiamo ad un documento del magistero pontificio del 1891: la Rerum Novarum di Leone XIII.

Dunque, in che senso nuova? E perchè il richiamo al nuovo, riferendosi alla cultura del lavoro, potrebbe risultare insidioso? La libertà di interpretazione di ciò che il lavoro deve essere, diffusasi soprattutto dal 2008 in poi con l’esplosione di una crisi economico-finanziaria anche preannunciata, ha dato vita a numerosi esperimenti di flessibilità, di “agilità”, di alleggerimento burocratico nei “rapporti di lavoro”. Inutile dirlo, e com’è giusto che sia, sempre a favore di chi il lavoro lo crea, di chi investe, di chi si assume un rischio maggiormente elevato. Questione regina, al centro di tutto, è stata la trasformazione del contratto di lavoro: più garanzie, meno garanzie, più flessibilità, meno flessibilità, più precarietà, meno precarietà.

Non è scontato sottolineare come il più e il meno non tolgano consistenza al concetto di lavoro per una persona che, ad esempio, sia stata assunta con un contratto a tempo determinato o indeterminato per svolgere la medesima mansione. All’interno della realtà aziendale, laddove prendono vita i contratti di lavoro, ciò che cambia infatti sono le garanzie di cui gode o meno un lavoratore, non la sostanza e la responsabilità del proprio lavoro, soprattutto, come appena asserito, a fronte della medesima mansione.

Il “guaio”inizia quando il lavoratore con contratto a tempo determinato esce dall’azienda e prova ad ambire alla realizzazione di progetti sacrosanti, godendo del frutto del proprio lavoro: acquistare una macchina, provare a mettere su famiglia e casa. Per la realtà esistente fuori dall’azienda anche il lavoratore con contratto a tempo determinato è un precario e per tale bassa considerazione deve subire, fuori, tutte le conseguenze del caso.

Ricapitolando: chi crea lavoro ha diritto ad essere agevolato e da qui la trasformazione dei contratti. A fronte di contratti differenti ad un dipendente viene richiesta la stessa dedizione, lo stesso impegno, la stessa fatica, a volte la stessa rinuncia ad un tempo più libero. Dopodiché, fuori dal contesto aziendale, insomma, per il mondo, chi ha contratti diversi dal “fratello indeterminato” può tranquillamente accomodarsi e veder passare davanti a sé la sua vita e i suoi sogni.

Se questa è una nuova cultura del lavoro, qualcosa non torna. Una nuova cultura del lavoro, perché sia degna di questo nome, non deve “giocarsi” solo all’interno della realtà aziendale; deve semmai essere giocata nel mondo. Se il mondo del lavoro deve essere più flessibile, tutto il restante contesto dovrebbe “adeguarsi” a questa flessibilità. Come, infatti, un imprenditore deve essere agevolato nel suo “fare impresa”, per il nobile fine di creare occupazione, così un lavoratore, definito a motivo del suo contratto, e non per il suo essere, un precario, dovrebbe essere agevolato nella sua condizione, per il nobile fine di poter spendere il frutto del suo lavoro e far girare così  l’economia. Senza la domanda può esserci l’offerta? E per quanto un bisogno possa essere indotto, non è necessario disporre di risorse per soddisfarlo?

Come un imprenditore deve essere “liberato” da quelle formule che lo imprigionano in meccanismi che possono ledere la sua libertà decisionale (vedi la libertà di licenziare chi non fa il suo dovere o chi semplicemente non risponde più a determinati requisiti; vedi l’opportunità di accordare un contratto a tempo indeterminato a chi gli consenta di godere di agevolazioni fiscali), così il lavoratore, che paga lo “scotto” di quella sacrosanta libertà, vedendosi riconoscere contratti più deboli perché il legislatore gli impedisce di far parte della “Golden Age” (che termina con il trentacinquesimo anno d’età), non deve essere messo nelle condizioni di vedersi limitata la sua libertà (vedi, ad esempio, tutte le garanzie richieste per un finanziamento, dietro le quali si instaurano numerosi legami/vincoli) e il diritto ad una vita degna, al suo tempo.

In poche parole: la lente con la quale il mondo “vede” un uomo può essere determinata dalla tipologia del contratto di lavoro che a questi viene accordato, spesso non in risposta alle sue potenzialità ma perché portatore sano di agevolazioni fiscali? Siamo davvero consapevoli, a conti fatti, del potere di determinazione che un uomo può avere sulla vita di un altro uomo?

Inoltre, se quella prospettata è la condizione dei precari con contratto a tempo determinato, sarà facile immaginare il limbo in cui vive chi lavora con contratti ancora più “deboli” di questo.

Di nuovo non c’è proprio nulla. Ci sono soltanto molti vuoti da colmare.

 

 

 

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La mia quasi ventennale esperienza lavorativa riguarda l'ambito amministrativo-commerciale, ma da sempre coltivo l'amore per la scrittura. Nel 2014 ho pubblicato un volume sul tema del lavoro "Alziamo il tiro. Un corpo a corpo con la Rerum Novarum, tra i falsi rimedi di ieri e di oggi". Amo la conoscenza e cerco di combattere l'ignoranza: la mia e quella degli altri.

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