Posted On aprile 22, 2018 By In Lavoro With 94 Views

La Giornata mondiale della Terra per pensare anche a chi produce la plastica

Oggi, 22 aprile, ricorre la Giornata Mondiale della Terra, indetta per la prima volta nel 1970 dalle Nazioni Unite e quest’anno dedicata al tema/problema della produzione eccessiva di plastica. Tutti abbiamo di fronte l’immagine dell’immensa isola di plastica che si è creata nell’Oceano Pacifico, la cosiddetta Great Pacific Garbage Patch, “la cui superficie è stata stimata in 1,6 milioni di km2, ossia 5 volte l’Italia” (dati pubblicati dalla rivista Scientific Reports lo scorso 22 marzo).

Tante le manifestazioni in tutto il mondo, pensate e progettate per tenere alta l’attenzione sul tema del rispetto dell’ambiente, sempre più ferito e mortificato a causa di una crisi che non va ricercata tanto nel rapporto tra l’uomo e l’ambiente, quanto nel rapporto che l’uomo ha principalmente con se stesso.

Scriveva bene il Papa emerito Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in Veritate, nel non lontanissimo 2009:

“Le modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso e, viceversa. Ciò richiama la società odierna a rivedere seriamente il suo stile di vita che, in molte parti del mondo, è incline all’edonismo e al consumismo, restando indifferente ai danni che ne derivano. È necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, “nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti”. Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali, così come il degrado ambientale, a sua volta, provoca insoddisfazione nelle relazioni sociali. La natura, specialmente nella nostra epoca, è talmente integrata nelle dinamiche sociali e culturali da non costituire quasi più una variabile indipendente.Per salvaguardare la natura non è sufficiente intervenire con incentivi o disincentivi economici e nemmeno basta un’istruzione adeguata. Sono, questi, strumenti importanti, ma il problema decisivo è la complessiva tenuta morale della società”.

In questa giornata così importante, di fronte alle parole illuminanti di Benedetto XVI, mentre siamo chiamati a rivedere i nostri stili di vita, potremmo prestare attenzione anche alla condizione in cui vive e che vive chi lavora nelle aziende in cui la plastica si produce. Quella plastica che noi tutti consumiamo ….e anche tanto! Basterà leggere il dossier “Acque in bottiglia. Una anomalia tutta italiana”, di Legambiente e Altreconomia, presentato il 22 marzo scorso in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, per avere un idea del giro d’affari che si regge sulla nostra domanda di plastica: “Il consumo di acqua in bottiglia nel nostro Paese continua a crescere, con una produzione che oscilla tra i 7 e gli 8 miliardi di bottiglie all’anno. Il 90{cbd9c1faeba5711866380b8c9dfc181d05577eef0adb5294792d39edd3158544} dell’acqua emunta e imbottigliata in Italia non valica i confini. Nel 2010 erano dodici i miliardi di litri confezionati, saliti a quattordici nel 2016″.

Torniamo, però, alla questione lavoro. L’associazione dei produttori europei di materie plastiche, la PlasticsEurope, ha pubblicato lo studio “Plastics – The Fact” 2017,  nel quale viene evidenziato come il settore della produzione delle materie plastiche sia molto florido nei 28 Paesi membri dell’UE, come offra lavoro a quasi 2 milioni di persone, come contribuisca ad arricchire le finanze pubbliche e a sostenere così il welfare.

Accanto ad uno studio che riporta le conseguenze occupazionali del settore della plastica, però, non può non essere annoverato un report che mette in luce gli eventuali danni che la lavorazione di questo materiale può provocare alla salute del lavoratore. Il materiale a cui facciamo riferimento è consultabile nel sito della Kasco, azienda italiana leader nel settore dei dispositivi di protezione individuale, fondata nel 1977:

“Sono tantissime le fabbriche che quotidianamente operano per la produzione dei polimeri plastici che poi diventano prodotti di uso quotidiano. Gli operatori di questo comparto industriale lavorano a stretto contatto con sostanze potenzialmente molto nocive, che si insinuano facilmente nelle vie respiratorie causando danni piuttosto gravi a carico degli organi interni. Infatti, per la produzione dei polimeri plastici si utilizzano spesso solventi e componenti con un alto livello di tossicità, tra i maggiori rischi industria plastica a cui sono sottoposto gli operatori di questo settore ci sono le irritazioni e le infiammazioni del cavo orale e di tutte le vie respiratorie: i tessuti umani, infatti, reagiscono alla presenza dei vapori inalati e le lesioni sono simili a quelle che vengono causate dalle ustioni. Tuttavia, esistono danni molto più consistenti che si caratterizzano da una elevata probabilità di morte e sono quelli causati dai tumori che spesso si sviluppano quando l’operatore si sottopone per un lungo periodo di tempo all’esposizione con questi reagenti e solventi. I tumori più frequenti si verificano a carico dei polmoni, ma non sono rari i casi di cellule tumorali nel cavo orale e nell’esofago. I rischi per chi lavora in questo settore, quindi, sono piuttosto seri e importanti: solo negli ultimi anni se n’è capita la reale portata e sono state sviluppate soluzioni adeguate per proteggere la salute degli operatori del settore, evitando loro di mettere a rischio la propria vita per svolgere il lavoro a cui sono chiamati.

Un settore, dunque, quello della plastica, che produce molta occupazione, ma altrettanto inquinamento, malattia e morte. Chissà come trascorreranno questo giorno i lavoratori delle fabbriche produttrici di plastica! La loro vita può forse essere paragonata alle acque del Pacifico, attraversate da un pericolo che sommerge e soffoca?

Ecco, in questa Giornata Mondiale della Terra, in cui il tema della produzione e dell’inquinamento della plastica viene messo al centro, pensare al male che l’uomo fa anzitutto a se stesso nella produzione di questo materiale, può aiutarci, forse, a riflettere ancor meglio su quanto il nodo del rapporto malato tra uomo-ambiente vada ricercato e, ovviamente sciolto, altrove. Magari nell’universo, non molto lontano, della sua interiorità.

 

 

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La mia quasi ventennale esperienza lavorativa riguarda l'ambito amministrativo-commerciale, ma da sempre coltivo l'amore per la scrittura. Nel 2014 ho pubblicato un volume sul tema del lavoro "Alziamo il tiro. Un corpo a corpo con la Rerum Novarum, tra i falsi rimedi di ieri e di oggi". Amo la conoscenza e cerco di combattere l'ignoranza: la mia e quella degli altri.

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