Posted On Marzo 25, 2017 By In Società With 440 Views

L’inclusione sociale come antidoto al rigurgito mafioso

“L’inclusione sociale come antidoto al rigurgito mafioso”, oggetto del contributo del prof. Flavio Felice per il Centro Studi e Ricerche Tocqueville Acton (2014), è un tema sempre cruciale, attuale, ineludibile se vogliamo davvero cambiare rotta, contrastare ignoranza, corruzione e criminalità, e non semplicemente coniare ulteriori slogan. Ecco perchè The Job Enquirer ripropone il testo della riflessione. Il prof. Flavio Felice, Chairman del Centro Tocqueville Acton (Mission), è professore ordinario di “Storia delle Dottrine Politiche” presso l’Università del Molise; presso la Pontificia Università Lateranense è Direttore dell’Area Internazionale di Ricerca “Caritas in Veritate” per lo studio della Dottrina sociale della Chiesa; è membro del Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani.

Lo squallore che giunge dalle notizie relative all’ennesimo caso di diffusa corruzione e di criminalità mafiosa nel nostro Paese ci spinge a considerare la nozione di inclusione sociale e di identificare con essa la cartina di tornasole del grado di sovranità di cui godiamo. Includere significa condividere, partecipare, passare dalla condizione di estraneo e di disadattato a quella di integrato e di soggetto attivo, da suddito a cittadino sovrano.

Perché ciò avvenga, non è necessaria alcuna bacchetta magica, così come non sono sufficienti la benevolenza e le buone intenzioni. Fatalismo anarchico e paternalismo statalista sono le due espressioni patologiche di un regime neofeudale e servile: il terreno fertile per la gemmazione e la diffusione della mala pianta mafiosa.

Il termine “inclusione” esprime il filo rosso che lega tutta la riflessione di Papa Francesco sulla questione sociale e ci consente anche di disegnare un ponte ideale che unisce il Magistero sociale di almeno tre degli ultimi Pontefici. La nozione di inclusione ha molto a che fare con quella di sovranità popolare. Intesa in tal modo, la sovranità si identifica con la nozione di partecipazione (a vari livelli) al processo decisionale, una sorta di atto di governo ascendente che configura la comunità locale, internazionale e globale come una sorta di reggimento civile, poliarchico e polifonico, improntato alla complementarità delle nozioni di government e di governance.

L’inclusione sociale può avvenire solo sul terreno del riconoscimento formale delle pari opportunità a partecipare al momento strategico, a quello decisionale e a quello operativo, momenti distinti ma convergenti che fanno di un aggregato sociale una società civile attiva, poliarchica e sussidiaria. Per questa ragione, è necessario spezzare le catene della povertà, ossia quella selva di impedimenti di natura giuridica, politica, economica e culturale che costringe una parte della società (la maggioranza) ad essere relegata ai margini del contesto civile e finire per giocare un ruolo tanto residuale e umiliante quanto essenziale al funzionamento di un sistema estrattivo ed escludente: quello dei clientes che giocano il ruolo di elettori occasionali ed imperterriti consumatori.

A tal proposito, come non pensare alle favelas, alle baraccopoli, alle bidonville, ma anche alle “loculopoli” delle nostre degradate periferie urbane, dove le scelte scellerate di politici corrotti e collusi con le cosche mafiose hanno certificato la profonda inabilità all’azione di governo di lor signori e, nel contempo, hanno palesato la disgustosa indifferenza di una certa classe dirigente per il destino esistenziale di chiunque non sia direttamente e immediatamente riconducibile ad un suo più o meno lecito e legittimo interesse personale: denaro, carriera, potere, prestigio…

Inclusione sociale significa, in primo luogo, non ammettere alcuna pretesa rendita, tanto meno monopolistica, su alcuna fonte di reddito e operare affinché nessuna pretesa rendita possa trovare una qualsiasi soddisfazione. Inclusione sociale significa educare alla cultura della condivisione e predisporre, a cominciare dal ricorso alle norme di rango costituzionale, un rigoroso sistema istituzionale che impedisca e punisca i tanti o i pochi, e comunque sempre troppi, percettori di rendite di monopolio, che si tratti di rendite politiche, economiche e culturali.

È anche questa “la via istituzionale della carità”. Si tratta del percorso indicato dalla Caritas in veritate come via per lo sviluppo e metodo d’inclusione sociale, nonché uno dei punti più attuali e dibattuti nella riflessione accademica in ambito economico, giuridico e politologico. Una riflessione tesa ad analizzare i processi di sviluppo politico ed economico, mostrando come il circolo vizioso delle istituzioni estrattive, che produce “caste” ed “oligarchie” in modo ferreo e continuativo e che rende povera la maggioranza della popolazione per il benessere ed il potere di pochi, possa essere spezzato e sostituito dal circolo virtuoso delle istituzioni inclusive, promuovendo il metodo schumpeteriano della “distruzione creativa” e il processo evolutivo-incrementale di autori come Hayek, Popper, Röpke, ma anche dei nostri Sturzo ed Einaudi.

Le istituzioni, dal nostro punto di vista, non sono eticamente e culturalmente neutre. Le istituzioni sono riducibili ad idee e a ideali che stanno in capo ad individui. Idee e ideali sedimentati nella cultura civile di un popolo o di una comunità, tradotti in regole che, una volta abbracciate, implicano comportamenti ripetuti e che se trasgredite prevedono la sanzione. Per questa ragione, le istituzioni non sono tutte uguali e non solo perché presentano funzioni differenti.

Esse differiscono anche per ragioni qualitative e la qualità è data dal contenuto umano e morale proiettato dai soggetti che in esse operano e che con esse hanno a che fare. Per questa ragione, crediamo che la distinzione proposta da Acemoglu e Robinson tra istituzioni inclusive ed istituzioni estrattive sia la più adatta, dal punto di vista teorico, ad esprimere la qualità che rende le istituzioni cristianamente adeguate ad aggredire la questione sociale.

Allora, in questa prospettiva, perché ciascuno si possa riappropriare della sovranità che gli spetta, è necessaria una lotta senza quartiere alla corruzione che è sempre figlia del conflitto d’interessi, della rendita e del privilegio. Piuttosto che ricorrere alle consunte ricette macroeconomiche e accusare la Merkel, l’Euro e i soliti presunti complottardi, è necessario orientarsi verso una cornice istituzionale che non consenta l’emergere di rigurgiti neofeudali e neocorporativistici.

Il mercato e la democrazia possono funzionare solo in un quadro etico di fiducia: tale quadro etico-giuridico o cornice istituzionale esprime il limite e il presupposto stesso del mercato, della democrazia e dell’ordine economico e politico che essi contribuiscono a promuovere. D’altronde, non ci vuole molto a capire che ovunque il governo della legge non sia rispettato, sono sempre i poveri a pagare il prezzo più alto. I poveri pagano il prezzo della corruzione, pagano il prezzo dell’inefficienza dei servizi pubblici e subiscono le conseguenze del disprezzo che talvolta i potenti ostentano nei confronti del diritto.

 

 

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La mia quasi ventennale esperienza lavorativa riguarda l'ambito amministrativo-commerciale, ma da sempre coltivo l'amore per la scrittura. Nel 2014 ho pubblicato un volume sul tema del lavoro "Alziamo il tiro. Un corpo a corpo con la Rerum Novarum, tra i falsi rimedi di ieri e di oggi". Amo la conoscenza e cerco di combattere l'ignoranza: la mia e quella degli altri.

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