Posted On settembre 12, 2016 By In Lavoro, Società With 66 Views

Il Jobs Act e la guerra all’ultimo dato

Il Report diffuso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, relativo ai movimenti dei rapporti di lavoro in Italia registrati nel II trimestre 2016 dal Sistema Informativo Statistico delle Comunicazioni Obbligatorie, ha innescato ancora una volta il dibattito sull’efficacia della riforma del Jobs Act. A dire il vero, ogni volta che vengono trasmessi dei dati statistici, soprattutto se questi non sono positivi,  i partiti di opposizione, e non solo, si scatenano per denigrare l’operato del Governo in carica. Piuttosto che guardare con obiettività la gravità dei problemi e provare a risolverli, le diverse parti politiche preferiscono attaccare, sempre e comunque, dichiarando una vera e propria guerra all’ultimo dato.

Come sappiamo, le guerre non possono essere raccontate da chi fisicamente si trova in un altro luogo. Un giornalista, ad esempio, che abbia l’ambizione di raccontare la realtà, ciò che si consuma ora dopo ora sotto il fuoco nemico e sulla pelle delle persone, sa di doversi recare sul posto, per essere un vero e proprio inviato di guerra. Se quella nel nostro Paese è dunque una guerra, anche se di dati, che pur sempre riguardano la vita delle persone, chi sono e dove sono i nostri inviati di guerra? Da quale osservatorio privilegiato essi raccontano il conflitto? Quale conflitto raccontano?

Nel Report, a pagina 7, viene evidenziato un dato che meriterebbe moltissima attenzione:

“Con riferimento alla durata, 796.062 contratti di lavoro terminati nel corso del secondo trimestre del 2016 hanno avuto una durata inferiore al mese (il 36,2{cbd9c1faeba5711866380b8c9dfc181d05577eef0adb5294792d39edd3158544} del totale osservato) e 371.627 oltre l’anno (16,9{cbd9c1faeba5711866380b8c9dfc181d05577eef0adb5294792d39edd3158544} del totale). Tra i rapporti di lavoro cessati di brevissima durata si evidenziano 437.914 rapporti di lavoro con durata compresa tra 1 e 3 giorni (di cui 316.608 rapporti di lavoro di un giorno, pari al 14,4{cbd9c1faeba5711866380b8c9dfc181d05577eef0adb5294792d39edd3158544} del totale). Da rilevare altresì 712.992 cessazioni di rapporti di lavoro con durata compresa tra 3 e 12 mesi, equivalente al 32,4{cbd9c1faeba5711866380b8c9dfc181d05577eef0adb5294792d39edd3158544} del volume complessivamente registrato”.

Che tipo di lavoro si cela dietro quei rapporti che hanno una durata compresa tra 1 e 3 giorni? Potrebbe sembrare una domanda oziosa ma, vista l’entita dei rapporti di lavoro che hanno brevissima durata, 437.914, non varrebbe la pena di soffermarsi sul dato, di indagare su una ulteriore trasformazione del lavoro nel nostro Paese e sulle possibili conseguenze di questa trasformazione? Cosa può voler dire lavorare solo per tre giorni? Questo stato di precarietà come sta incidendo sulla vita delle persone? Genera conflitto, disagio sociale?

Se sotto questo aspetto, comunque, il dato e le cifre relative all’attivazione dei rapporti di lavoro di brevissima durata non sono stati ancora esaminati, non costituiscono, invece, una importante pezza d’appoggio per raccontare al Paese la favola di un’occupazione in crescita? Qualcuno potrà dire che a pagina 7 si parla di cessazione di rapporti di brevissima durata nel II trimestre. Facile rispondere che, se sono contratti della durata di 3 giorni, nel II trimestre ne sarà stata registrata anche l’attivazione, ça va sans dire. I dai Istat trasmessi ieri fanno addirittura esultare il Presidente del Consiglio. Chissà se il Report è stato letto!

A conti fatti, però, visto che il riferimento quest’oggi è la guerra, non possiamo non dare spazio ad un’ulteriore sollecitazione per tradurre quanto sta accadendo in queste ore: se alcuni soldati riescono a mettersi momentaneamente in salvo dai proiettili del nemico e per tre giorni non si registrano scontri armati, è lecito dichiarare che in quel territorio la guerra è cessata? Certamente no. Se, invece, diverse persone, esattamente 437.914, vengono assunte per lavorare tre giorni, è lecito utilizzare questi dati per dichiarare che nel nostro Paese la crisi è cessata e che il problema occupazionale è in via di risoluzione? Sembrerebbe di sì, purtroppo.

Quella in atto nel nostro Paese è una vera e propria guerra all’ultimo dato, dalla cui polvere emerge il dato per eccellenza: nella nostra società, in politica come in altri ambiti, ognuno prova a portare avanti la sua personale crociata, altro che bene comune! Non ci si ascolta più, o meglio, ci si ascolta soprattutto per attaccare e non per capire. A cosa servono, allora, i dati? I dati servono per raccontare il Paese, non sono armi destinate a colpire la parte politica avversaria. Quei dati, ricordiamolo, riguardano le vite di tante persone, uomini e donne, e non possono essere in nessun modo strumentalizzate.

Il dibattito in merito è destinato a rimanere vivo e la vitalità è sempre un bene, purchè sia indirizzata alla ricerca di una soluzione che metta al centro la persona piuttosto che gli sterili egoismi, da qualsiasi parte questi provengano. Solo con uno spirito libero da strumentalizzazioni sarà possibile osservare meglio la realtà offerta dai dati. Se prevarrà questo spirito potremo avere: i nostri inviati di guerra, che saranno politici, sindacalisti, professionisti; un osservatorio privilegiato, che sarà semplicemente la prossimità di questi attori alla vita delle persona; un racconto fedele della realtà conflittuale che viviamo. Vi pare poco?

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La mia quasi ventennale esperienza lavorativa riguarda l'ambito amministrativo-commerciale, ma da sempre coltivo l'amore per la scrittura. Nel 2014 ho pubblicato un volume sul tema del lavoro "Alziamo il tiro. Un corpo a corpo con la Rerum Novarum, tra i falsi rimedi di ieri e di oggi". Amo la conoscenza e cerco di combattere l'ignoranza: la mia e quella degli altri.

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