Posted On Febbraio 13, 2017 By In Lavoro, Sviluppo With 333 Views

Chiesa e lavoro: contraddizioni da correggere, luoghi comuni da sfatare.

A qualche giorno dalla chiusura dei lavori del Convegno “Chiesa e lavoro. Quale futuro per i giovani del Sud?”, tenutosi nella città di Napoli, emergono con ancora più chiarezza alcuni elementi di riflessione, probabilmente rimasti nascosti tra le pieghe degli interventi che si sono succeduti lungo tutto l’evento.

Al netto della straordinaria importanza che appuntamenti del genere rappresentano per la Chiesa e per la società tutta, della preziosità dei messaggi proposti dai vescovi, è importante evidenziare, in una logica assolutamente costruttiva e senza alcun timore, alcune contraddizioni e luoghi comuni palesatisi nella due giorni partenopea. Contraddizioni da correggere, luoghi comuni da sfatare.

I lavori del convegno sono stati aperti da don Adolfo Russo, docente alla Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, dalla sua voce prestata alle parole del giovane di Udine, suicidatosi il 31 gennaio scorso, e incise in una lettera indirizzata ai suoi genitori (e non solo). A colpire è in particolare un passaggio della lettera, un punto nel quale Michele scrive che “Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato“. Perchè colpisce? Colpisce se a colpire è il verbo dovere. Un uomo decide di lasciare questa vita, di rinunciare ad un dono, sopraffatto da dolore e da fragilità, condizioni verso le quali il rispetto è assolutamente dovuto.

Se il rispetto è dovuto, però, doverosa rimane una domanda: possiamo chiamare in causa il mancato dovere di chi ci ha preceduto e allo stesso tempo venire meno al dovere e alla responsabilità che noi, seppur trentenni o quarantenni, abbiamo nei confronti delle future generazioni? La solidarietà è un vincolo che lega al passato e soprattutto al futuro. E’ come se qualcuno domani scrivesse a noi per rimproverarci di aver mollato e di non aver consegnato un mondo quantomeno vivibile. Non possiamo non sentire l’eco di una domanda già presente nel nostro orizzonte.

Dopo la lettura del messaggio del giovane trentenne, don Adolfo Russo ha esposto all’assemblea la sua relazione, accendendo un particolare flash sulla condizione dei disoccupati, soprattutto giovani: “Siamo mossi da una angosciante preoccupazione umana e da una spiccata sollecitudine pastorale per i nostri giovani. Uno su tre è senza lavoro. Non possiamo tollerare di vederli senza prospettive, senza futuro, rassegnati come di fronte ad una ineluttabile fatalità, ricurvi su se stessi, ai margini della società e della storia. La loro fiducia nella vita, nella scuola, nelle istituzioni, è al minimo immaginabile. Spesso non hanno fiducia neppure in loro stessi. Quante storie di tossicodipendenze partono da questo buio esistenziale. Quante affiliazioni alla camorra nascono dalla speranza di trovare in essa l’unica alternativa possibile!”

Siamo sicuri che l’essere ricurvi su se stessi, la scarsa fiducia nelle istituzioni, nella vita, nella scuola, sia il ritratto esclusivo dei giovani disoccupati? Chi è che ha davvero poca fiducia nelle istituzioni? Colui che ne subisce il mal funzionamento o chi, dal di dentro, soprattutto se credente, fa poco o nulla per trasformarle da istituzioni estrattive a istituzioni inclusive? E’ il disoccupato a languire ai margini della storia o, piuttosto, colui che, potendo essere protagonista, pur avendo il potere di cambiare le istituzioni, sceglie di non esercitarlo, proprio perchè ricurvo su se stesso e sui propri interessi? Rircordiamo quanto ci ha sempre detto San Giovanni Paolo II sui peccati sociali, dal momento che l’insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa è stato richiamato diverse volte durante i lavori del convegno di Napoli.

A cosa serve etichettare i giovani, relegare le loro esistenze ad un pietismo vuoto di qualsiasi sprazzo di speranza? Se siamo così bravi ad interpretare il loro malessere, possiamo essere altrettanto bravi ad indicare delle traiettorie per vincerlo?

Anche l’intervento del prof. Leonardo Becchetti sollecita molte riflessioni. L’economista ha aperto la sua relazione “La sfida del lavoro nel Mezzogiorno e nel paese” con una domanda ben precisa: “Come vincere la sfida in un territorio difficile come quello del Mezzogiorno?”

A questa domanda, forse, si potrebbe rispondere con un’altra domanda: è il territorio ad essere difficile oppure è tutto il sistema, quello che ha schiacciato Michele Valentini, a rendere il territorio più difficile e complesso di quanto esso non sia in realtà?

In fondo, durante i lavori del convegno, chi è stato chiamato ad intervenire in maniera specifica sulle problematiche del lavoro nel nostro Mezzogiorno? Uno o più politici, un professore universitario, un governatore, tutte persone che operano in mondi che, non a torto, sono stati definiti “caste”. Il dibattitto sul lavoro nel Mezzogiorno si è concentrato sui finanziamenti, sui progetti europei, sul fare impresa, ma se Michele fosse stato lì con noi, avesse alzato la mano per intervenire e avesse chiesto ai rappresentanti di questi mondi: a quando una legge seria per rottamare la burocrazia asfissiante? Io vorrei fare il professore universitario, come posso “entrare” nel vostro mondo?

Quali sarebbero state le risposte? La risposta ai giovani, a coloro che cercano di mettere in piedi il loro futuro secondo i talenti ricevuti, non può tradursi in un “vi diciamo cosa fare e come fare per galleggiare in mare aperto mentre noi difendiamo le nostre coste ( e caste)”. Ovviamente i rappresentanti intervenuti non possono essere ritenuti colpevoli di qualcosa o additati per ciò che rappresentano. Assolutamente no!

Il punto, però, è che per dare speranza, per indicare un futuro possibile e dignitoso per tutti, è necessario educare (ed educarci)  a fare spazio all’altro. Fare spazio dando vita ad istituzioni inclusive, fare spazio provando ad essere meno avidi di incarichi, commentando il vangelo con la vita e non con le parole. Anche S.E. Mons. Nunzio Galantino, segretario generale della CEI, ha affermato che “ci sono troppi diaconi delle idee e pochi diaconi della realtà”.

Se guardiamo proprio alla realtà che ci circonda, realtà non solo nazionale, ci accorgiamo che la logica della ridistribuzione è già in atto in diversi campi: ci sono poche risorse rispetto alla popolazione mondiale? Bene, abbiamo iniziato a parlare di lotta allo spreco alimentare. Il suolo va difeso? Bene, abbiamo iniziato a parlare di riuso, di rigenerazione urbana sostenibile, di rivitalizzazione di spazi abbandonati per una maggiore inclusione sociale.

Perchè questa logica, soprattutto in questo momento storico, non può investire anche il mondo del lavoro? Occorre davvero fare spazio, non per regalarlo a chi non si sforza di meritarlo, ma per creare opportunità, lasciando alla libertà dell’altro la possibilità di coglierla o meno.

Essere generativi vorrà dire anche questo… o no?

 

 

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La mia quasi ventennale esperienza lavorativa riguarda l'ambito amministrativo-commerciale, ma da sempre coltivo l'amore per la scrittura. Nel 2014 ho pubblicato un volume sul tema del lavoro "Alziamo il tiro. Un corpo a corpo con la Rerum Novarum, tra i falsi rimedi di ieri e di oggi". Amo la conoscenza e cerco di combattere l'ignoranza: la mia e quella degli altri.

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