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Un passo concreto per contrastare la povertà

Nella domenica in cui si celebra la Prima Giornata Mondiale dei poveri, una novità voluta da Papa Francesco a conclusione del Giubileo della Misericordia, è necessario mettere a fuoco un punto molto caro ai Padri della Chiesa: il povero non è oggetto di elemosina, ma soggetto di diritti lesi cui è urgente fare giustizia. Da questa verità non è possibile prescindere se vogliamo affrontare in maniera realistica e, pertanto, con concretezza il problema della povertà. Un problema, certo! Per quanto i poveri siano stati definiti nel Messaggio del Pontefice “una risorsa a cui attingere per accogliere e vivere l’essenza del Vangelo”, la povertà rimane una condizione drammatica che essi vivono sulla loro pelle, alla quale occorre trovare una soluzione.

“Scegliere i poveri – scrive don Tonino Bello – non significa organizzare l’assistenzialismo, moltiplicare i pacchi dono, tamponare le falle della miseria con i mantelli della beneficenza. Ci vuole anche questo. Però, amare il fratello non significa assisterlo, significa promuoverlo”.

Se accostiamo queste parole a quelle che mons. Galantino (Segretario della CEI) ha pronunciato successivamente alla diffusione dei dati del Rapporto Caritas “Futuro anteriore”, su povertà giovanile ed esclusione sociale 2017,  richiamando l’attenzione sulla povertà dei mezzi di cui dispongono i giovani per progettare il loro futuro, allora non possiamo non fare riferimento alla vita di un personaggio dei nostri tempi, un protagonista che lo scrittore calabrese Domenico Talia ha saputo ben narrare nel suo recentissimo libro “Il colore del cielo e altre ipotesi” (Rubbettino editore). Un giovane adulto, un emigrato, il cui nome originario è Francesco, Ciccio per gli amici, Franz per il paese che lo ospita.

Un emigrato, dunque, un uomo che, come descrive bene Domenico Talia, “…era finito lì per lo sporco bisogno di lavorare. (…) Che poi si dice bisogno di lavorare, ma il suo era soltanto bisogno di guadagnare, lui il suo bisogno di lavorare riusciva a soddisfarlo anche nel suo paese, dove aveva sempre lavorato come un cane. Il problema era che, anche se lavorava e sudava tutti i giorni, la paga spesso mancava o arrivava dopo mesi, mentre i suoi figli avevano tante necessità. Sua moglie le chiamava “esigenze” e mentre parlava, si capiva che ce l’aveva con lui che, secondo lei, non sapeva portare i soldi a casa”.

Questi versi racchiudono un passaggio fondamentale: il bisogno di lavorare e il bisogno di guadagnare. Passaggio fondamentale perchè collegato a quella verità menzionata in apertura dalla quale abbiamo detto che non è possibile prescindere. Il Papa ha scritto un messaggio rivolto al mondo, ma ognuno di noi, senza perdere di vista il problema nella sua globalità, dovrebbe ricondurlo alla condizione della propria terra. Ecco perchè parlare della povertà al Sud Italia, dalle nostre parti, impone che venga messo al centro il lavoro e soprattutto quel lavoro che non consente di soddisfare il bisogno di guadagnare.

E’ vero, il lavoro scarseggia: difficoltà a fare impresa e a rimanere sul mercato, poche opportunità di farsi spazio in una società composta da adultissimi che non hanno alcuna intenzione di passare il testimone, ma anche molto lavoro mal pagato che genera inevitabilmente poveri e povertà. Il nostro pensiero non può non volgersi a coloro che vivono nell’illegalità e che, approfittando di un territorio povero, mettono in piedi attività economiche per scopi fin troppo evidenti, anche se va detto, per amore sempre alla verità, che non è solo in determinati contesti che troviamo lavoro mal pagato o ingiustizie. Al Sud, ma non solo al Sud, il problema dei problemi è una mentalità mafiosa sempre più dilagante. Una mentalità nascosta anche sotto un falso impegno sociale in associazioni benemerite. E già, perchè non si ricicla solo il denaro, ma anche l’immagine.

“Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori
sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti. Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non può opporre resistenza” (Lettera di Giacomo 5,4).

Ed ecco un ulteriore passaggio: il debole non riesce sempre ad opporre resistenza. Non riesce perchè ha bisogno anche di quel poco per sopravvivere, di quel poco che si guadagna lavorando onestamente. In fondo non è il debole che dovrebbe provare vergogna, ma colui che ruba e che si arricchisce sulla povertà altrui. Eppure la tendenza, oggi, è quella di “colpevolizzare” il debole per la sua mancata denuncia, con una doppia beffa per quest’ultimo, che si ritrova a subire ingiustizie e a sentirsi anche immeritatamente colpevole per questo, a motivo della sua difficoltà a ribellarsi.

E dove sono allora i difensori dei poveri se questi devono difendere in solitudine la loro causa? Piuttosto che accettare che il diavolo, anche se ben vestito, possa entrare in società, perchè non denunciamo di più e meglio chi si rende artefice di ingiustizie, chi contribuisce ad impoverire e a far morire la nostra terra?

Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’essere. Sì, l’essere meno ipocriti, l’essere più coraggiosi. Ecco, forse questa potrebbe essere una realistica soluzione, un passo concreto per contrastare la povertà.

La mia quasi ventennale esperienza lavorativa riguarda l’ambito amministrativo-commerciale, ma da sempre coltivo l’amore per la scrittura. Nel 2014 ho pubblicato un volume sul tema del lavoro “Alziamo il tiro. Un corpo a corpo con la Rerum Novarum, tra i falsi rimedi di ieri e di oggi”. Amo la conoscenza e cerco di combattere l’ignoranza: la mia e quella degli altri.

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